Una citazione al giorno

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sabato 8 ottobre 2011

Collettivismo artistico

Oggi abbiamo iniziato subito con un'assemblea chiesta a gran voce dai ragazzi. Non avevano un tema su cui discutere, non avevano un vero motivo per fare assembela, ma si vede che l'esperienza della prima assemblea fatta qualche giorno fa era piaciuta e oggi l'hanno voluta riproporre. Questo fatto è un buon indice di maturità da parte loro. Ricordo a tutti i lettori, ai miei colleghi, che questi ragazzi (di questa classe) hanno in media 11 anni. Così ci siamo avvicinati, creando complicità, ci siamo seduti sui banchi, ed io ho potuto informarli dell'attività che avremmo svolto da lì a poco. Ci siamo organizzati bene, ho detto loro che avevo portato da casa un foglio gigante sul quale fare tutti insieme un disegno.
Il valore del disegno collettivo è molto alto, se svolto in serenità, poiché la libertà espressiva di ognuno viene condivisa con quella degli altri senza percepire sensi di fastidio. E' un'intimità compartecipata, ognuno secondo le sue proprie preferenze e disponibilità, per un obiettivo comune. Questa compartecipazione di sentimenti diversi, operanti su un unico obiettivo non imposto, ha in sé una carica molto forte, poiché viene amplificato il senso di comunione non solo dei beni, ma anche delle coscienze e degli intenti, base necessaria per sentirsi -in futuro- davvero un popolo unito e solidale.
Ho detto loro che esistono tre possibilità di scelta: paesaggio, natura morta, ritratto. Hanno scelto il paesaggio, decidendo poi da soli come farlo, quali elementi inserire, come colorarli, ecc. Siamo usciti dall'aula in maniera decisa, ma silenziosi perché nelle altre classi stavano studiando (questa è responsabilità, nella libertà). Ho steso il foglio sul pavimento del corridoio, poi i ragazzi hanno appoggiato sul foglio la loro art-box comune, i loro strumenti condivisi. Hanno esitato, nessuno aveva il coraggio di tuffarsi, di fare il primo segno (un foglio bianco e per giunta grande può causare perplessità). Li ho osservati un po', e vedendo che continuavano ad esitare ho deciso di intervenire. Ho disegnato soltanto il profilo di qualche montagna e subito i ragazzi hanno iniziato l'opera. Dobbiamo ancora finirla, un'ora non basta, ma già un meraviglioso sole comincia a scaldare i cuori, insieme a qualche altro elemento.


Ma cos'è successo quando dal corridoio son passati gli studenti di altre classi per andare in bagno? Vediamolo.
Non ho perso certo l'occasione per dimostrare ai ragazzi quanto 'gli altri' siano incatenati, considerando la loro prigionia una normalità. Perciò, il primo ragazzo che è passato (aria incuriosita e stupita nel vederci così, per terra, uniti a cooperare per un megadisegno) l'ho chiamato e gli ho chiesto se volesse darci una mano per fare gli alberi. Per tutta risposta, il 'prigioniero inconsapevole' ha detto: 'non posso, devo fare matematica, devo andare in bagno e poi tornare subito in classe, sennò la prof si arrabbia'. A quel punto, mentre 'i miei ragazzi' avevano già capito tutto e sghignazzavano di nascosto, ho chiesto al ragazzo: scusami tanto, ma a te piacerebbe adesso fare il disegno con noi? 'Sì, ma non posso', ha risposto. Non potevo non coinvolgerlo comunque, sarebbe stato questione di un minuto, gli ho detto: senti, per favore, ci serve anche il TUO albero, disegnalo anche velocemente, come ti viene. Il ragazzo si è fiondato a terra con una matita e ha disegnato il suo albero, che ora però serve a tutti. Quest'azione di coinvolgimento mi servirà in futuro per spiegare ai ragazzi cosa voglia dire non aver paura dello straniero, cosa voglia dire davvero intercultura, accoglienza, fratellanza, solidarietà attiva.
Chissà perché, ma dopo la comparsa in scena di quel ragazzo, dalla sua classe sono usciti altri ragazzi, uno ad uno, per andare in bagno, ma con quell'aria un po' sorridente di chi aveva già saputo. Ma questa volta non sono stato io a coinvolgere 'gli stranieri', bensì spontaneamente 'i miei' ragazzi, ed ogni volta abbiamo riscontrato prigioni, catene, timori.
Adesso siamo curiosi di vedere in che modo la notizia di questo esercizio di libertà (esteso ai 'prigionieri stranieri') si sia diffusa in tutto l'istituto.

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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