Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

Il fascismo non odia la cultura e i libri.


Gli errori si pagano. E quelli commessi per superficialità o per presunzione sono errori che lasciano in bocca un amaro insopportabile. Per decenni la sinistra ha fatto leva su una sua presunzione di superiorità culturale nei confronti della destra, una superiorità del tutto fantasiosa, ma alimentata da una sorta di convinzione, altrettanto fantasiosa, secondo la quale il fascista è tale perché è un ignorante. E per ignorante la sinistra intende, ahimé, anche il fatto di non saper scrivere secondo la grammatica canonizzata. 
Va da sé che l'intelligenza non c'entra proprio niente con l'applicazione della grammatica, né con un percorso educativo scolastico, peraltro obbligatorio per tutti, ed il suo indotto mediatico esterno. L'intelligenza è una proprietà intrinseca degli esseri viventi, i vari tipi di intelligenza esistono a prescindere dalle sovrastrutture (a meno che non si creda per davvero che gli esseri viventi, segnatamente i bambini, siano delle pietre inanimate e prive di neuroni, prima del loro accesso nelle aule scolastiche). Ma è proprio questo aspetto che la sinistra non ha mai voluto accettare, lasciandosi invece trasportare dalla semplificazione, dalla banalizzazione dell'idea secondo cui, fatto dunque il dovuto parallelismo, un'operaia analfabeta, un contadino senza titolo di studio, non potranno che essere dei fascisti, mentre uno scolarizzato è sicuramente un comunista. Sappiamo che questa banalizzazione non trova riscontro nella realtà e che, anzi, la scolarizzazione compie un lavoro di fascistizzazione non indifferente. Senza voler difendere partiti e movimenti di alcun tipo e di alcun colore (come potrei?), devo però dire che da questa banalizzazione, chi ci ha guadagnato, come vediamo, è stato proprio il fascismo nero. Gli errori si pagano.

Contestualmente, anche l'assurdità di credere che il fascismo sia nemico dei libri è un errore grossolano, banale, un luogo comune con cui si crogiola ancora quel comunista che, avendo letto un libro negli ultimi due anni, può credersi superiore al fascista che forse di libri ne ha letti di più. Ma non è neppure questione di libri, non è mai stata una questione di libri, a meno che non si specifichi il loro genere (cosa che non si fa mai). Inneggiare al libro tout-court è un errore banale, non ha neppure senso. Cosa vuol dire 'viva il libro'? E cosa vuol dire 'viva la cultura'? Di che genere di libro stiamo parlando? E di che tipo di cultura? Anche il fascismo inneggiava alla cultura e al libro, faceva dei festival annuali, delle esposizioni, istituiva dei concorsi letterari, dei raduni culturali nazionali e regionali, fondava l'Alleanza nazionale del libro con una rassegna di cultura. Ma come possiamo permetterci di dire, così semplicisticamente, che il fascismo è nemico del libro? No, non possiamo dirlo! Ma ripeto, la sinistra non accetta questa realtà, e la rifiuta soltanto per avere un pretesto a proprio vantaggio. Non è denigrando il nemico che lo si sconfigge. Gli errori si pagano.

Detto ciò bisogna anche accettare il fatto evidente che un comunista può certamente anche superare in conoscenze un fascista (come pure il contrario), ma se la cultura di cui il comunista si fa vanto è, come ben sappiamo, quella che si riferisce a questo nostro sistema di valori, alla nostra morale comune, cioè a questo tipo di società, autoritaria, competitiva, fascista,  nazionalista e gerarchizzante, è certo allora che colui che ha accumulato più cultura è più fascista di colui che ne ha accumulato di meno.





E tra gli errori che questa società commette, quello più grande è sicuramente quello di continuare a ignorare e schivare sia l'evidenza, sia un tipo di cultura diversa da questa, diversa da quella che inculchiamo ai bambini, diversa da quella che conosciamo e crediamo migliore, anzi l'unica esistente. Se oggi abbiamo una società fascista non è perché non c'è abbastanza cultura, ma perché ce n'è fin troppa, di un certo tipo, il tipo stabilito e voluto dall'Establishment, e diffuso da tutte le agenzie educative di questa società.

La scuola non elimina le disuguaglianze sociali, ma le giustifica e le accentua.

Riporto di seguito un passo, uno stralcio significativo di un'analisi più lunga e articolata fatta da Félix García Moriyón, scrittore e professore di filosofia a Madrid, militante anarchico, sul ruolo della scuola o, per specificare meglio, su uno degli obiettivi (nascosti e pienamente raggiunti) dell'istruzione di tipo scolastico, quello dell'accentuazione delle disuguaglianze sociali. Come sempre, e non potrebbe essere diversamente, spetta agli anarchici smontare l'apparato dogmatico della 'bella narrazione' che la scuola si è autocostruita al fine di perpetuare l'ordine sociale esistente.
L'istruzione, e quindi il sistema scolastico che doveva diffonderla, si poneva come un mezzo per diminuire e persino eliminare le disuguaglianze sociali. I risultati in questo campo non possono essere più insoddisfacenti e le critiche più generalizzate. Alcuni, soprattutto gli americani, insistono sul fatto che la scuola non influisce quasi per nulla sulla stratificazione sociale né sulla distribuzione dei posti di lavoro tra i più dotati. Da ciò deducono lo scarso rendimento del sistema scolastico, come pure l'inutilità di esso per ottenere un'uguaglianza sociale, che si deve piuttosto raggiungere per altre strade. Altri, soprattutto gli europei, sottolineano il fatto che la scuola non fa altro che selezionare quelli già avvantaggiati per la loro origine sociale; i figli della classe dominante hanno molte più probabilità di eccellere a scuola che i figli delle classi dominate, sia perché l'ambiente familiare e sociale offre loro i codici linguistici che permettono questa supremazia, sia perché mette a loro disposizione un capitale culturale superiore. La scuola, in entrambi i casi, non fa che riprodurre le disuguaglianze esistenti e, cosa più grave, le giustifica ideologicamente cercando di dimostrare che effettivamente arrivano ai posti più alti coloro che se lo meritano per le loro capacità intellettuali. In ogni caso, la scuola permetterebbe di rinnovare parzialmente il blocco dominante, selezionando alcuni membri provenienti dagli strati inferiori della società. Inoltre la scuola sta rendendo effettiva una nuova stratificazione sociale in cui le disuguaglianze sono più accentuate.

Qui in basso, invece, il video di una conferenza tenuta a Genova dove Félix García Moriyón parla di alcuni princìpi dell'anarchia messi in contrapposizione con l'attuale ordinamento statuale democratico. L'intervento è tradotto in italiano da un relatore presente. Buon ascolto.



Un'altra intervista non tradotta (qui).

La scuola la fanno davvero i docenti?


C'è qualcosa da dire anzitutto: la scuola non crea conoscenza! Nel migliore dei casi si limita a ripetere e a far ripetere un punto di vista sul mondo già codificato, usato e logoro, che è il punto di vista utile a perpetuare questo tipo di società, questo tipo di cultura, e solo questa. Essendo dunque un contenitore dove non si crea nulla, la scuola non può accampare meriti o arrogarsi diritti che non ha, soprattutto quello di elevarsi al rango di 'essere intelligente' avente proprietà salvifiche, come ingenuamente crede ancora qualcuno. 
Gli intelligenti e i creativi sono sempre stati fuori dalla scuola, anche nei pochi casi in cui ne sono rimasti dentro (standoci male), perché i geni rimangono tali nonostante la scuola. Ma il fatto è che la scuola, non creando conoscenza, ha sempre usato le sublimi e innate intelligenze per il suo proprio tornaconto, per dar lustro a se stessa e costruire il proprio mito, la propria narrazione (di cui è innamorata la gente, ricordate l'articolo scorso?). Si può fare un parallelismo con la nefasta e banalissima televisione, la quale, quando ha necessità di autopropagandarsi, usa la sua narrazione autoreferenziale utilizzando il famoso maestro Manzi, sfruttandolo sempre per lo stesso motivo (l'alfabetizzazione via TV), ma sempre censurandolo quando si tratta di spiegare chi fosse veramente Alberto Manzi e quale tipo di principio libertario e ribelle lo animasse nella vita e nel suo lavoro. Per scoprirlo, abbiamo dovuto aspettare non certo la scuola, ma qualcuno che generosamente e gratuitamente, su internet, ci ha informato di chi fosse veramente quel Manzi.
La scuola, tra le altre cose, sta distruggendo la realtà dei fatti, la sta mistificando, e ha già finito per condizionare tutti del fatto, sconfessato da molto tempo, che essa sia necessaria all'umanità e che sia persino l'unico luogo dove imparare; la scuola, o per meglio dire la sua autonarrazione, ha costretto le masse a credere che ogni merito artistico, tecnologico, scientifico, filosofico, ecc. sia da attribuire ad essa, alla scuola in quanto tale, persino in quanto luogo fisico specifico. No! la scuola è solo un mastodontico contenitore, un dispositivo autoritario e conformante che sfrutta e usa come bel packaging le qualità e le ricerche isolate di quelle individualità geniali ed esterne che, a suo tempo, furono da lei stessa criticate e bandite.
Quanti geni autodidatti oggi vengono studiati a scuola, spesso malamente o incompiutamente (a convenienza, e moltissimi altri vengono censurati), con i quali la scuola si veste, ammantandosi di un'aura preziosa che non ha e che non può mai avere? Il mondo delle scienze, ad esempio, è colmo di autodidatti derisi, criticati, ostacolati, respinti dalla scuola, incarcerati, uccisi, così come pure il mondo delle arti: tutte persone erudite che prescindono dalla scuola. La scuola non ha mai avuto niente a che fare con questi geni, e nemmeno questi con la scuola, per fortuna nostra! I geni sono tali proprio perché sono stati in grado di deragliare dai binari della cultura prestabilita, la stessa cultura che deve essere protetta e divulgata dalla scuola; essi hanno saputo individuare o inventare altre strade, quelle che la scuola e la società chiama sempre utopie. La scuola in quanto tale insegna il consueto e a riprodurlo all'infinito, è l'istituzione del possibile e, come tale, insegna prima di tutto a far credere che un mondo senza se stessa sia impossibile, perduto. Io credo sia questo il più grave errore che possa commettere un essere autonomamente pensante.
Quando la gente difende la scuola come istituzione e dunque ripete spesso che 'la scuola la fanno gli insegnanti' (formula massimamente retorica), dimentica o ignora non soltanto che a scuola non ci sono soltanto gli insegnanti, ma dimentica anche il fatto che le qualità umane degli insegnanti preesistono alla scuola stessa, sono connaturate all'individuo, sono proprietà personali, non c'entrano nulla con la scuola. Se un docente è particolarmente creativo, o umano, o geniale, o empatico, questo suo 'essere' non lo deve alla scuola, ma alla sua natura, al suo bagaglio di qualità umane innate: egli, al di fuori della scuola, non smette di essere quello che è, anzi, esalta quelle sue qualità.
Perciò quello che manca nei ragionamenti della gente, quando tenta di difendere l'istituzione scolastica, è il saper distinguere: da una parte c'è la scuola con le sue funzioni occulte e reali, con i suoi meccanismi intoccabili e autopoietici, e dall'altra ci sono le singole qualità individuali che operano al suo interno. Proprio il fatto che si tratta di un'istituzione - e ogni istituzione è tale perché pone come suo scopo principale la conservazione di se stessa, e in quest'ottica anche una scuola libertaria che pone come fine la sua perpetuazione diventa un'istituzione e, come tale, rinnega totalmente quel che dice di essere - la scuola tende a distruggere le individualità, le diversità e le qualità di chi è preposto a farla vivere da contratto, da lavoratore dipendente salariato, da adattato e spesso rassegnato.
La scuola è un mostro che divora tutto, è una macchina che usa come carburante, per i suoi scopi autocelebrativi, tutto il buono che le viene regalato dai singoli operatori, annegandoli nel migliore dei casi, modificandoli e rendendoli anonimi attori obbedienti, appiattiti nel vuoto pneumatico omologante. Ci sono alcuni docenti i quali, se fossero fuori dalla scuola, liberati da essa, non farebbero altro che creare, ricercare, scoprire, essere davvero se stessi, esprimersi con gioia e, perché no, insegnare con vero slancio a chiunque gliene facesse richiesta, senza diventare dei gendarmi sorveglianti ed esecutori di ordini altrui, come invece devono essere per forza a scuola, loro malgrado! E allora sì, se dobbiamo vederla in quest'ottica, laddove il docente si annienta come persona creativa e umana per diventare quello che la scuola gli ordina di diventare ed essere, cioè un gendarme sorvegliante e giudice normalizzatore, allora sì, dicevo, è effettivamente il docente che fa la scuola.
Perciò non dobbiamo confondere mai le due realtà: da una parte ci sono le persone, le varie individualità con la loro umanità innata e le loro qualità e le loro unicità, dall'altra parte c'è l'istituzione scolastica che usa queste individualità per costruire il proprio mito, strapazzandole, annientandole, facendole diventare dei soldatini obbedienti che insegnano ad obbedire, e alla fine buttandole via. E' dunque l'insegnante che fa la scuola? Assolutamente sì, se il docente si annienta come persona e si adopera come un soldato per la realizzazione del 'programma occulto' deformante e normalizzante della scuola. Assolutamente no, se il docente riesce a non essere ciò che la scuola gli ordina di essere, di dire, di fare. I fatti dimostrano che non è il docente che fa la scuola, ma è la scuola che fa il docente, che lo rende uno schiavo dipendente e obbediente, un gendarme fedele alla ripetizione del consueto e dell'unico punto di vista sul mondo utile alla perpetuazione di questa società.
Descolarizzare la società non significa farla cadere in chissà quale abisso di brutalità e oscurantismo (questo sta avvenendo con la scolarizzazione di massa obbligatoria), non significa rinunciare alla conoscenza e all'erudizione, ma significa esattamente il contrario! E' solo allora, con la descolarizzazione, che si libereranno finalmente le conoscenze e l'erudizione, è allora che si avranno mille e mille possibilità di divulgazione, anche attiva, reale o virtuale, creativa, compartecipata, libera, universale, e si apriranno universi di scoperte e di strade che la scuola nega e vieta per sua stessa struttura e volontà! Apriamo dunque tutte le possibilità e chiudiamo le scuole!

Interrompiamo il circolo vizioso dell'autonarrazione


La società è innamorata della scuola? Non sa immaginarsi una vita senza la scuola? Le sembra un'eresia disertarla o distruggerla? Vi dico questa ovvietà: la gente è completamente infatuata e incantata, è vero, ma non della scuola, bensì della sua narrazione, cioè dell'idea che la scuola dà di se stessa, a parole, un'idea che non corrisponde mai alla realtà, e non può farlo. C'è una bella differenza tra un qualcosa e l'immagine che se ne vuol dare. E la gente scambia puntualmente l'immagine retorica che la scuola dà di se stessa con ciò che la scuola è nei fatti, nei risultati. 
E' di un'evidenza sconcertante lo scollamento che c'è tra quel che la scuola dice di essere e di fare, con quello che essa produce realmente nella società! E nonostante questo scollamento evidente, malgrado questa contraddizione così palese e sfacciata, le persone continuano non soltanto a dare credito alla scuola, ma ne vorrebbero ancora di più per questi giovani che, ormai, incattiviti già fin troppo dalla reclusione educativa coatta, non hanno più una vita propria, costretti come sono in impegni scolastici ed extrascolastici legati comunque alle esigenze del sistema industriale e militare (per dirla alla Frank Zappa), di cui la scuola è LO strumento eccelso e irrinunciabile (impegni extrascolastici come i compiti a casa, i progetti vari, i recuperi, la corsa all'acquisizione di crediti, i Pon, l'alternanza scuola-lavoro, i corsi obbligatori di varia natura, gli appuntamenti d'istruzione anche fuori sede, i concorsi, l'orientamento, il tutoring, e via così, sempre qualcosa in più, pensando che aggiungere sia sempre meglio e giusto), impegni che sono sempre più pervasivi per un addestramento continuo, massiccio, obbligatorio, deformante e nefasto. E si vuole ancora più scuola? E in quale spazio apparentemente 'vuoto' della vita privata dei giovani, se n'è rimasto, dovremmo metterla questa ulteriore scuola? 
Invece la vera domanda che quasi nessuno si pone dovrebbe essere la seguente: ma questi bambini e giovani, queste nuove generazioni, quand'è che vivono veramente la loro vita? Dov'è la loro vita? Niente da fare, siamo giunti al punto in cui le persone sono convinte che la scuola rappresenti la vita stessa, quando non è più nemmeno un surrogato di questa! La scuola ruba il tempo, la vita, la gioia, è fatta per questo, reclude e isola le persone, separa i giovani dal mondo reale per istruirli a una vita da servi produttori, incapaci di pensarsi senza un padrone o senza 'specialisti' che promettono di risolvergli quei problemi che non avrebbero in assenza di quegli stessi padroni e specialisti che essi si creano come divinità. 
Come fa la scuola a recludere con successo tutte le nuove generazioni? Lo fa con una serie di pretesti estremamente allettanti ai quali molto difficilmente qualcuno saprebbe resistere. L'insieme di questi pretesti costituisce proprio l'autonarrazione della scuola, la sua scenografia di cartone colorato, qualcosa che non sta nella realtà, che non ci può mai stare, perché la scuola è un dispositivo nato espressamente per darci un altro tipo di società, cioè questa, completamente diversa da quella che essa racconta alla gente. Ed ai pretesti allettanti si aggiunge ovviamente l'obbligo scolastico. Tu, studente, devi credere alla narrazione, alla scenografia di cartone, e finirai per non aver neppure bisogno di qualcuno che ti obblighi al banco perché l'attrazione tua verso quel miraggio è già fortissima, è un miraggio che ti hanno sempre raccontato fin dai tuoi primi giorni di vita, non puoi non crederci. Ti hanno sempre detto: 'se ti impegni raggiungerai il miraggio, ma devi fare quello che ti dicono di fare gli specialisti del miraggio'.
Eppure la gente osserva, vede benissimo i nefasti risultati della scolarizzazione obbligatoria di massa, ma non si rende conto della loro vera causa, anzi, meglio, rifiuta a priori il fatto evidente che la causa sia la scuola, perché la gente è infatuata dalla sua retorica che fa scattare inesorabilmente il meccanismo dell'illusione, con la quale sono state prese all'amo tutte le generazioni. 
Questo miraggio è iniziato col mito barocco della conoscenza preconfezionata che, attraverso percorsi iniziatici e prestabiliti da altri, e attraverso magici ed ipotetici scatti di presunta erudizione (la suddivisione in classi e gradi di oggi), prometteva di far diventare miracolosamente le persone intelligenti, colte, libere, emancipate e ricche. In realtà faceva esattamente l'opposto. Va da sé che questo mythos (favola) inventato da un prezzolato Comenio, che purtroppo ancora resiste, trova oggi tanto campo fertile quanto più quello stesso campo viene reso sterile dall'istruzione di massa. E' un cane che si morde la coda: più la scuola produce servi ignoranti e rassegnati incattiviti, funzionali al sistema, e più questi rassegnati incattiviti pensano che nella società ci voglia più scuola, o meglio, ciò che essa promette di dare.
Quando finirà questa infatuazione di massa? Quand'è che la gente si accorgerà che la scuola obbligatoria è una trappola universale come diceva anche Paul Goodman? Quando questa società prenderà coscienza che la scuola non è l'unico luogo dove si imparano le cose (ma poi quali cose? Perché solo alcune? Perché sempre quelle? E funzionali a che cosa? A chi?)? Quando si capirà che, tra tutti i modi possibili per imparare, la scuola è quello più deleterio e violento? Non ho risposte per queste domande. Dobbiamo però partire dal fatto che tutto ciò che è necessario fare, come primo passo, è interrompere questo circolo vizioso e paradossale in cui la società è caduta facendole credere che occorre sempre più scuola al fine di riparare il disastro prodotto dalla scuola stessa. Interrompere questo circolo è difficile proprio perché l'idea che la scuola sia utile viene continuamente rigenerata dalla scuola stessa che costruisce la sua allettante scenografia di cartone colorato, sempre più grande, sempre più pervasiva, sempre più falsa e utile solo al potere.
Ritengo sia sempre più attuale l'insegnamento enorme di Ivan Illich, e non solo il suo, secondo il quale la scuola è diventata la nuova chiesa universale, intesa come un dogma così forte e profondo da garantirsi non soltanto l'autopoiesi, ma la sicurezza di ottenere una sempre più cieca obnubilazione sociale, una sempre più tenace illusione collettiva. Fermiamo questa macchina addestrante, l'erudizione e l'umanità sono altrove!

Ancora sulla scuola

La scuola, come la fabbrica, la caserma, il manicomio, il carcere, la famiglia tradizionale, è un'istituzione coercitiva totalizzante tesa a educare le coscienze e i corpi, al fine di piegarli a delle esigenze specifiche, sociali, politiche ed economiche. Il programma educativo obbligatorio lo decidono sempre altre persone, dall'esterno. Si tratta di un addestramento continuo e prolungato che, specie nei bambini, produce una forte distorsione dei pensieri e dei comportamenti, poiché su di loro agisce anche un costante e martellante controllo - non soltanto visivo orribilmente 'panopticoniano' - che soffoca in partenza qualsiasi unicità, ogni slancio creativo, la volontà di essere se stessi, l'esigenza naturale di svilupparsi e manifestarsi al mondo come si desidera. 
Anni e anni di questo addestramento, che si protrae anche fuori dalle scuole in una comunità ormai completamente scolarizzata e indirizzata culturalmente in un senso antilibertario, non produce altro che questa società in cui viviamo, autoritaria, dove soltanto pochi sono coloro che si salvano da questa feroce macchina educante e programmatrice. E questi pochi, normalmente, vengono definiti ed etichettati nei modi più orrendi, escludenti o derisori.  Evviva gli eretici, i pazzi e i sognatori, dico io!
La scuola è un carcere totale, ma agisce senza apparire tale, lo fa in modo sotterraneo, subdolo, giorno dopo giorno, per molti anni, appiattisce e al contempo attrae col falso pretesto dell'insegnamento di istruzioni già filtrate, modificate e decise da altri, che non soltanto non rappresentano la Conoscenza, come ogni scolarizzato crede, ma producono stolidi altezzosi certificati che si atteggiano a massimi supponenti nei confronti di chi, per varie ragioni, magari con un guizzo di umanità e dignità, per scelta personale oppure no, la scuola l'ha invece disertata o l'ha metabolizzata con la consapevolezza di chi sa o intuisce cosa voglia fargli per davvero, dentro, profondamente.
Come tutte le istituzioni, e fin dal suo primo apparire in forma canonica più di duemila anni fa, la scuola si caratterizza per la riproduzione di se stessa. La scuola, cioè, pone se stessa come fine. Tra i suoi scopi non c'è quello di dimostrare di non aver mai prodotto ciò che ha sempre promesso platealmente di produrre (chi non ha i paraocchi questo lo vede benissimo), ma è quello di vendersi nel migliore dei modi come panacea contro i problemi da essa stessa cagionati. La scuola è come ogni governo o come ogni altra chiesa: una serie di belle promesse che non potrebbe mai mantenere (pena la sua stessa dissoluzione), ma abilmente vendute. In questo esercizio di vendita di se stessa, la scuola riesce sempre, proprio perché incontra credenti già formati a credere in essa.  E d'altra parte ci vuol poco, specie in questa società abbrutita e rincretinita dalla reclusione scolastica obbligatoria, a credere a qualsiasi impostore che voglia venderti l'elisir dell'intelligenza e dell'eccellenza.
Un bambino, fin dai suoi primi giorni di vita, sente ripetere dai genitori scolarizzati e da tutti gli adulti che la scuola è giusta e necessaria. Ma cosa potrebbe dire di diverso un adulto già scolarizzato o comunque illuso dall'immagine finta e patinata che la scuola offre di sé? Cosa potrebbe dire di diverso uno che crede ancora oggi, come nel '600, che la scuola sia un dono caduto dal cielo che trasforma magicamente i già preziosi e perfetti bambini (ma creduti idioti e vuoti) in adulti intelligenti e saggi? E' ovvio, chi nasce in gabbia pensa che il male stia al di fuori della stessa e pretende che la sua progenie abbia la medesima sorte. Quindi si comincia a credere alle promesse della scuola immediatamente, e si conserva questa credenza anche oltre il periodo di reclusione scolastica, per tutta la vita, come se essa avesse dei poteri taumaturgici che ovviamente non ha, come la realtà ci dimostra. La scuola è un'istituzione totale, è un dogma, come tale non deve far pensare, ma deve far credere.
Perciò la scuola è la più infallibile trappola, la più subdola chiesa che il Dominio abbia mai inventato per poter perpetuare se stesso, rigenerare questo tipo di società di servi e padroni, creare in serie produttori contribuenti, obbedienti e rassegnati, pronti a farsi gendarmi sanguinari per combattere ed eliminare chi gli distrugge il dogma e gli toglie i paraocchi.

P.S. Una ragazza a scuola mi ha chiesto quale canzone del Festival di Sanremo 2019 mi sia piaciuta. Di quelle che ho già ascoltato, le ho risposto, sicuramente la canzone di Daniele Silvestri, 'Agentovivo'. La scuola è un carcere.


Capacità perdute


Tra le altre cose, l'introduzione della scolarizzazione di massa obbligatoria nel nostro sistema culturale ha atrofizzato la parte delle facoltà umane specifiche della memorizzazione. La scuola stessa, in quanto tale, con i suoi meccanismi autoritari intrinseci e non modificabili, nonostante gli sforzi libertari di alcuni docenti, ha portato al graduale impoverimento delle antiche capacità logico-cognitive e problematizzanti degli individui. Prova ne è anche il fatto che in tempi remoti, quando non esisteva la scuola come istituzione, e ancora prima che nascessero le forme storiche di scrittura, le comunità utilizzavano esclusivamente la pratica orale per tramandarsi le storie, i miti e le esperienze, le conoscenze. Non c'erano libri su cui registrare le cose, al loro posto si usava il cervello e il ragionamento, e in questo modo si potevano trovare anche più soluzioni per lo stesso problema, cosa che costituisce una ricchezza in sé, ed una difesa contro il pericolo di un pensiero unico omologante.
La tradizione orale e la memorizzazione delle informazioni non scritte, che hanno caratterizzato larghissima parte della nostra filogenesi garantendoci l'evoluzione in senso umano, si basava su dei tipi di connessioni sinaptiche che oggi, con la scuola, si sono devitalizzate. E adesso, per porvi rimedio, è errato pensare di ripristinare a scuola la pratica coercitiva della 'poesia a memoria', perché questa pratica scolastica serve a ben poco, non regge il paragone con un'attività antichissima e costante, soprattutto naturale e spontanea, com'era la memorizzazione anche creativa che avveniva per il piacere di memorizzare le cose. La classica poesiola scolastica 'mandata a memoria' non è altro che un infimo surrogato per giunta doloroso e controproducente se non si ha alcuna voglia di memorizzarla o se la si impara per coercizione, per ricatto, per compiacere docenti e genitori, o per guadagnarsi un voto o il giudizio dato da un estraneo.
L'antichissima trasmissione orale dei saperi prevedeva un esercizio continuo, potente, ma soprattutto spontaneo. Ci sono dei collegamenti o dei parallelismi interessanti tra questa antica pratica e l'apprendimento incidentale che hanno sempre fatto parte del nostro vivere quotidiano. Senza escludere la componente creativa; infatti questa trasmissione avveniva molto spesso in forma poetica, musicale, drammatica. Chi voleva tramandare una storia, un'informazione, un avvenimento, usava molto spesso la forma artistica per divulgarla. Ad esempio, i primissimi teatri dell'antica Grecia, come poteva essere quello di Tespi, dove ancora il pubblico non era obbligato a parteciparvi, erano anzitutto luoghi che servivano a trasmettere oralmente alle comunità analfabete la morale e le regole scritte del potere politico e religioso.
Ancora negli anni '70, nel Sud dell'Italia, erano presenti i cantastorie, divulgatori di tradizioni e cultura specifica (cattolica e militare), e c'era anche l'usanza di riunirsi alla sera in gruppi familiari per raccontarsi storie e leggende popolari, o i fatti di cronaca. I bambini ascoltavano incuriositi, liberi da coercizioni e voti o registri, e in modo spontaneo imparavano ciò che gli interessava, ciò che era fondamentale imparare in quel dato tempo, in quel dato luogo.
Possiamo affermare che la tradizione orale pervadeva la nostra vita poiché era la nostra stessa vita. In buona sostanza, quando non c'era la scuola, l'essere umano era portato naturalmente ad avere un'attività cerebrale più viva, più intensa e creativa: eravamo mentalmente più dinamici e performanti, e anche più aperti alle novità e diversità, come ci confermano molti studi a riguardo. Anche per questo motivo necessitiamo di una descolarizzazione della società. Chi crede che senza la scuola l'essere umano si brutalizzi cade in un pericoloso e grossolano errore, e non soltanto rende un gran servizio al sistema mercantile e militare che ha inventato la scuola, ma non si rende neppure conto - o fa finta -  che la brutalizzazione e il degrado umano sono iniziati e progrediscono proprio con la scolarizzazione obbligatoria.
Detto ciò, si dovrà chiarire che l'accusa non è nei confronti della carta stampata in sé, sarebbe un controsenso, ma nella presunzione di definirla 'civiltà', e nel volerle dare un primato o una posizione più importante (se non unica) rispetto all'oralità. Nondimeno, l'accusa è rivolta all'obbligatorietà della scuola, alla lettura dei suoi libri dai contenuti sempre uguali per tutti, libri e contenuti che rispondono esclusivamente alle esigenze delle classi dominanti e alla perpetuazione dello status quo.
Descolarizzare non significa togliere di mezzo la conoscenza o i libri, al contrario, significa togliere di mezzo l'obbligo di leggere quelli che ci propina il potere, significa ampliare le conoscenze attraverso una grande varietà di possibilità di interscambio delle stesse, ridare una vita alle nostre facoltà specifiche della memorizzazione, sviluppare la creatività e l'espressività individuale, ridare a tutti la gioia di imparare le cose più diverse attraverso l'innata curiosità, e molto altro. Imparare è un istinto naturale e gioioso, rendere l'apprendimento obbligatorio, istituzionalizzarlo, selezionarlo, valutarlo, premiarlo e punirlo come fa la scuola, significa ucciderlo, significa ucciderne lo scopo più vero e bello, significa diventare purtroppo quello che la scolarizzazione ci ha fatto diventare, e che tocchiamo con mano ogni giorno.

Scolarizzare non vuol dire erudire

Normalmente la società accetta come vero un falso teorema, quello che vorrebbe i regimi fascisti nemici della scuola. Si è confuso, tra gli altri, il concetto di erudizione con quello di scuola. Non sono la stessa cosa, sono concetti ben distinti, ma ormai la vulgata è quella, e quindi il falso teorema secondo cui 'la scuola' (scambiata per sede dell'erudizione) sarebbe mal sopportata dai regimi fascisti è sempre in auge ed è duro a morire, come ogni dogma. Eppure dovremmo già riconoscere tutti che la scuola è un gigantesco apparato addestrante utile al Dominio e all'impostazione mercantile e gerarchica di questa società. E che la scuola sia utile al Dominio è così vero che l'attuale governo, come avevamo previsto, aumenterà la scolarizzazione nella scuola primaria (tempo pieno alla primaria, cioè bambini reclusi obbligatoriamente anche di pomeriggio, esclusi dalla vita sempre più presto). Si aggiungono le parole dell'attuale ministro dell'interno che ogni tanto ripete di esigere il diritto allo 'studio' per tutti. Ecco sempre quella confusione: la scuola non è lo studio, o meglio, non è quel che noi pensiamo sia lo studio. 
Non occorre, credo, che io spieghi ancora una volta che la scuola è un mero addestramento all'obbedienza, alla competizione, alla classificazione, alla schiavitù volontaria, ecc. Con la scusa di qualche libro di regime che ci informa di notizie spesso distorte, parziali, se non  addirittura false, e che comunque non contemplano l'esperienza e non garantiscono un apprendimento reale e autonomo, ogni dittatura che si rispetti piega le coscienze delle generazioni alla scuola, e quindi al proprio servizio. Il tempo pieno non smantella affatto la legge cosiddetta 'Buona scuola', come sta annunciando Di Maio, ma la potenzia nei fatti! E' il punto di vista dei bambini che dobbiamo tutelare (concetto tanto abusato a parole, ma tanto evitato perché è davvero rivoluzionario). Del resto, quello dell'aumento progressivo della scolarizzazione è un progetto che giunge da molto lontano e che ogni tipo di governo porta avanti con infallibilità, riforma dopo riforma.
Prendere i bambini piccolissimi e obbligarli al tempo pieno (non solo a scuola, ma ovunque, persino nel paese dei balocchi) è un altro di quei crimini che si sommano alla già devastante esperienza della scuola ordinaria, che negli anni, dietro istanza di banchieri, managers e industriali, ha aumentato il carico di ore di reclusione per i ragazzi (reclusione anche mentale oltre i muri scolastici) in maniera esponenziale. A questo riguardo, qualche tempo fa avevo scritto un articolo (QUI) che vi invito a leggere o rileggere, giusto per dare una misura, seppur minima, di come la caserma scolastica stia fagocitando la vita di tutti. Buona lettura, e cerchiamo di comprendere che la scuola non c'entra niente con il sapere.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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