Una citazione al giorno

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sabato 2 febbraio 2013

Vietato pisciare, ma non solo

Un essere umano non ha esigenze esclusivamente fisiche, come potrebbe essere l'atto del respirare o del camminare, l'essere umano ha anche esigenze di carattere etico e psicologico come il diritto all'autonomia, il diritto alla libera espressione, il diritto di scelta, il diritto di esistere secondo le proprie aspirazioni e le inclinazioni del momento, ecc. La scuola tradizionale soffoca sul nascere le esigenze delle persone, addestra queste ultime a farne a meno, tutt'al più la scuola -sintetizzata nella figura degli insegnanti- ammette ogni tanto di aprire la finestra per far respirare meglio le bestiole, previa gentilissima richiesta da parte dello studente che può anche essere negata- e consente a queste ultime di sgranchirsi le gambe soltanto in quei pochi minuti canonici dell'intervallo (retaggio e copia dell'ora d'aria per i carcerati) che l'autorità ha stabilito dall'alto della sua pretesa importanza e utilità. Ribadisco che, in tutto questo, il guaio non risiede soltanto nel soffocamento della persona e delle sue esigenze, ma anche e soprattutto nel fatto che tale prassi venga accolta dalla società con benevolenza e normalità incontestabile. Sottolineo incontestabile.
Il processo che si è svolto nei giorni scorsi, a scuola, contro un ragazzo di 13 anni che, a fronte di un negato consenso ad uscire per fare pipì ha 'risposto male' alla sua carnefice in cattedra, è esemplificativo del fatto che a scuola persino l'esigenza fisico-biologica viene controllata, governata, ordinata da parte dell'autorità. Nel processo a carico del ragazzo (consiglio di classe straordinario), che non era neppure presente per potersi eventualmente difendere, la sentenza era già stata scritta a monte (colpevole), la punizione pure (una qualsiasi, purché sia punizione), nessuno dei docenti si era soffermato sul perché della richiesta del ragazzo di uscire e della sua umanissima reazione al diniego ricevuto; nel processo i docenti si sono rifatti esclusivamente al 'regolamento d'Istituto' e la loro attività intellettuale è stata soltanto quella di studiare la tipologia della punizione e il grado di intensità. Naturalmente il reato è stato quello di 'lesa maestà', ma coperto dalla scusa dell'educazione. E nel crudele gioco della democrazia, dove la maggioranza crea inevitabilmente la minoranza e la schiaccia con furore, a poco è servita la mia voce solitaria. 
Quella di far apprendere la 'buona educazione' al ragazzo è una di quelle assurde scuse che solo l'autorità può vantare di possedere. Prendiamo la frase che ha detto il ragazzo: 'prof, ma io non posso mica pisciare dentro una bottiglia'! Dov'è la colpa secondo l'autorità? La colpa è nella parola 'pisciare', ma anche nel fatto che il ragazzo abbia reagito, seguendo il suo naturale istinto, alla castrazione di un suo diritto, un diritto sancito dalla legge della natura. E che sarà mai la natura? Per ogni autorità e per ogni borghesismo ciò che ha detto il ragazzo, e per come lo ha detto, è inaudito, vietato, l'autorità deve allora 'educare' questo ragazzo. Educarlo a cosa? Primo, a non rispondere all'autorità, neanche se si subisce un grave torto (forse il ragazzo avrebbe dovuto alzare ordinatamente un cartello come si fa nelle manifestazioni, dove anche la rabbia è organizzata e controllata); secondo, a non dire 'pisciare', semmai urinare, è più fine. Ma a ragionare da veri esseri umani, dobbiamo allora porci queste domande, le stesse domande che nessuno al processo si è posto: il ragazzo sapeva che la parola 'pisciare' è borghesemente non corretta? Certamente sì, ma allora in base a quale codice è stato punito? In base al codice borghese? O in base a quello dell'Accademia della Crusca? Questi codici sono contemplati dall'ordinamento statuale (ammesso che si voglia seguire la costituzione)? E se invece il ragazzo non conosceva il 'dramma' di questa parola, non bastava semplicemente insegnargli il codice borghese senza punirlo? Ci sono tanti bei corsi di bon-ton, in 10 appuntamenti risolvi tutte le 'questioni educative' che si trascinano per anni nella scuola. Capite bene l'assurdità dei motivi di cui si avvale sempre l'autorità. Motivi che non tengono mai in considerazione le esigenze umane (figuriamoci le umane reazioni), ma che si rifanno a codici assurdi, arbitrari, da 'circolo della canasta', autoritari, pretestuosi.
A voler essere vendicativi, dovrei augurare a quella collega che suo figlio, a scuola, abbia a soffrire nello stesso modo per la vescica gonfia e che, nel 'malaugurato' caso di un divieto e di una reazione orale al divieto, subisca lo stesso trattamento riservato al ragazzo di cui sopra. A voler essere vendicativi fino in fondo, dovrei persino augurare lo stesso 'trattamento educativo' ai figli di tutti i giudici presenti in quel processo. Ma non servirebbe a niente, sapete perché? Perché la presunzione dei docenti di essere nel giusto in quanto 'docenti', non soltanto li ha già portati a dimenticare come essi erano da studenti, ma non permetterebbe alcuna modifica nel loro modo di pensare e di agire, talmente sono incancreniti nel loro stupido e violento ruolo di carnefici inconsapevoli.
Capite bene quanto sia difficile cambiare la società se non si parte proprio dalla scuola, distruggendo tutto ciò che la società ritiene essere 'la normalità' e 'il giusto'.

3 commenti:

Carola ha detto...

E i genitori del ragazzo cone l'hanno presa?
Ciao

edmondo ha detto...

Normalmente, quasi tutti i genitori sono concordi con le decisioni prese dall'autorità scolastica, sono ben rari quelli che si ribellano. La scuola tradizionale è tutta un'ingiustizia, anche i genitori sono cresciuti in questa ingiustizia e oggi par loro normalità, così essi accettano ogni 'sana' tortura fatta 'per il bene del ragazzo'. Triste, vero?
Ciao.

Carola ha detto...

Immaginavo...e purtroppo è triste.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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