Una citazione al giorno

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giovedì 14 febbraio 2013

Il governo nel governato

Mi sono soffermato sul seguente passo tratto dal buon libro 'Anarchia come organizzazione: la pratica della libertà' di Colin Ward (Elèuthera editrice). 
Il potere di un governo, persino nelle dittature più tiranniche, dipende dall’acquiescenza dei governati. Perché la gente accetta di essere governata? Non è solo questione di paura: che cosa hanno da temere milioni di persone da una piccola banda di politici professionisti e dai loro mercenari? La gente accetta passivamente perché crede negli stessi valori che propugnano i loro governanti. Sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere. 
Il libro accoglie anche il capitolo chiamato 'descolarizzazione', ma il testo qui sopra fa parte della premessa all'intero libro, una premessa concisa, ma anche precisa, come del resto tutto il lavoro di Ward. Il fatto che io abbia concentrato la mia attenzione sulla frase sopra citata si deve alla mia voglia di puntualizzare, ampliare se possibile, il concetto riferito all'accettazione passiva dei governi da parte della gente. Ward coglie nel segno quando dice 'sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere'. In qualità di educatore libertario io però non posso non far emergere il ruolo che la scuola assume nella società, quale strumento di propaganda occulta, la quale veicola tutto ciò che serve affinché la gente non possa fare a meno di credere negli stessi valori propugnati dai governanti.
I princìpi di autorità e di gerarchia costituiscono il fondamento della scuola, di quel sistema pedagogico invisibile ma inesorabile ('prussiano') che finisce per creare -soprattutto in creature malleabili- una sovrastruttura comportamentale d'acciaio, dura da dismettere una volta metabolizzata. Esattamente come fa un vestito, dal quale ci guardiamo bene dal toglierci in pubblico perché -ci diciamo subito- ci serve, è necessario, non si potrebbe fare senza, girare nudi è impensabile, allo stesso modo agisce la dottrina autoritaria e gerarchica che avvolge le coscienze dei bambini. Tutto il repertorio riferito alla disciplina militare, all'ordine a cui si deve obbedire, al premio e alla punizione, alla paura introiettata, ecc. diventa molto presto -davvero presto- una corazza di credenza dogmatica a cui si finisce per credere ciecamente, ed è impossibile pensare a qualcosa di diverso, la gente addestrata fin dalla culla a indossare quella corazza si sentirebbe a disagio al sol pensiero di liberarsene.
Non è soltanto il metodo pedagogico autoritario ad imprimere nel fanciullo l'idea che quei valori siano giusti e -perciò- condivisibili, ma sono anche le materie studiate a scuola, 'discipline' come la Storia, che hanno il compito di veicolare tali valori nefasti, militari, gerarchici. Che cos'è la Storia raccontata sui libri  diffusi dallo Stato se non una lunga e inesorabile sequenza di elementi autoritari che devono per forza essere conosciuti? Quelli e non altri, ben certo, perché si agisce solo in base a quello che si conosce. Se conosco X non posso pensare e agire come Y. Dovrei prima conoscere Y per avere almeno una scelta. Allora ecco la storia delle guerre, dei generali, dei condottieri, delle false rivoluzioni che riportano sul trono lo Stato, la finta libertà, le leggi calate dall'alto, le imprese degli imperatori, i faraoni, i re di Roma, Carlo Magno (e spiega cosa vuol dire magno), inni e bandiere, il patriottismo risorgimentale, il nemico da scacciare, vassalli e cavalieri, false repubbliche, false democrazie, tutto fa capo al capo (onorato e riverito), il fascismo, il comunismo, Hitler, Stalin, l'esercito, i cavalieri, le flotte navali, gli aerei inglesi, i tank tedeschi, la costituzione, i regolamenti, le trincee, il milite ignoto, quello noto per aver ammazzato il nemico, quindi eroe della patria, i superuomini, i deus ex machina, la speranza della vittoria, l'apologia del dominio... tutto ciò che il repertorio del male possa offrire, questo viene ostentato e diffuso nelle scuole e nei media, a formare quel vestito a cui non solo ci si affeziona, ma che non ci si vuol togliere, e di cui si pensa sia anche l'unico esistente, dato che gli altri vestiti non vengono mai esposti. 
Per inciso, ma è importante saperlo, è perfettamente inutile dire agli indottrinandi che 'il fascismo è un male' se, tanto, è la sola cosa che viene propagandata e se, soprattutto, ci si comporta da fascisti, gerarchicamente, in ogni angolo della realtà. I bambini copiano i modelli dal dato reale, e se questi modelli sono malvagi, stigmatizzarli verbalmente non elimina affatto l'elemento malvagio inculcato. Sarebbe come dire al bambino che l'unico giocattolo che possiede fa molto male, ma questo non impedirà al bambino di giocarci e di crederci. Non provi la mamma a nascondergli quel giocattolo, sennò son guai per la mamma!
Lascio da parte il ruolo del genitore, che è poi un ex-studente ormai convinto del vestito che gli hanno fatto indossare, e lascio da parte anche l'azione devastante della dottrina cattolica, poiché non mi basterebbe una settimana per elencare tutti gli elementi che, da par loro, contribuiscono a formare e a difendere i valori di cui sopra, valori di Stato sempre fascisti e borghesi (dio, patria, famiglia). Chiudo il cerchio. Se riprendiamo la frase di Colin Ward ('sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere'), capiamo molto meglio perché la gente si lasci governare così facilmente e anche in modo così passivo, credendo di non riuscire a fare nulla senza governanti e senza leggi di Stato. Che altro potrebbe fare la gente dopo anni e anni di dottrina autoritaria e gerarchica? Prospettare al bambino la sostituzione del suo unico giocattolo -anche se brutto- lo farà piangere per ore e ore, finché non avrà visto il nuovo giocattolo. E qui sta il punto. E allora...

...che cosa fare?
Nella fase attuale, oggi come oggi, occorre anzitutto far prendere coscienza le persone della loro condizione di indottrinate -non sanno di esserlo già a 11 anni- perché senza una presa di coscienza nessun progresso umano può essere avviato. E bisogna farlo a partire dalla divulgazione di informazioni diverse dal consueto. L'altro giorno un bambino in classe mi ha chiesto: 'come faccio a cercare una cosa se non la conosco'? Quel bambino ha ragione da vendere, si parlava di ricerche da svolgere in rete o in biblioteca, e in effetti sfido chiunque a cercare ad esempio Rudolf Rocker senza conoscere questo nome. Quindi va da sé che il contrasto alla propaganda dello Stato va fatto con un'altra propaganda. Ciò che mi sono promesso di fare a scuola non sono 'soltanto' esercizi pratici di libertà (sempre difficoltosi da svolgere in una scuola di Stato), ma anche di divulgare pensieri diversi e autori diversi, in modo da smontare le false credenze, i falsi valori, la falsa Storia, i pregiudizi. Testi, argomenti e autori anarchici. Ciò vuol dire forare il vestito d'acciaio, lasciare che la luce censurata dallo Stato penetri nella coscienza, offrire agli altri un differente punto di vista, quello della solidarietà, della pace, della vera giustizia, dell'armonia, del diritto alla disobbedienza ai soprusi, dell'antimilitarismo, ecc. cercando allo stesso tempo di dare fiducia ai bambini, che non sono cagnolini da addestrare, ma persone da esaltare con il loro diritto di conoscere altri elementi che non siano sempre quelli autoritari e gerarchici. Una volta aperta la breccia della coscienza e della conoscenza, una volta offerti nuovi elementi con cui pensare e agire, la gente non potrà più ignorarli, e allora sarà davvero una questione di scelta individuale, soprattutto una libera e vera scelta.

4 commenti:

Leo ha detto...

Complimenti. Lei si che è un insegnante. In piccolo un divulgatore, e chissà, quanto alunni ne usciranno libertari dalle vostre lezioni, ma lei almeno semina. Magari non ne saranno mille ma già una cinquantina.
Complimenti per, scusi l'espressione esplicita, le palle d'acciaio e il carico di responsabilità. Se colleghi e genitori non condividono affatto i vostri metodi, sta vincendo.
Un (A)bbraccio. Leo.

edmondo ha detto...

Ciao Leo. Quando si sta tutti in una prigione spacciata per luogo educativo, le cose che puoi fare sono solo due: o ti adatti o reagisci. Io sono, tra tutti i carcerati, quello che ha capito di stare in un carcere e lo comunica agli altri, facendo scorgere la porta della libertà. La reazione avviene sul piano culturale cognitivo. Ed è una buona rivoluzione. Grazie per le tue parole. Abbracci a te.

carolina verzeletti ha detto...

Prima di tutto come sempre quando ti leggo, si rinnavo la mia stima,secondo grazie per il tuo impegno a diffondere questi volori assai importanti anche per me.
Terzo, mi trovo sempre a dentri stretti e vicina alla rabbia quando mi sento rispondere: c'è bisogno di qualcuno che ci guida.Parole che mi toccano e se vogliamo di disarmano,a volte ho il sospetto che la gente ancora non ha comopreso a conti fatti, che loro restano stato o non stato gli unici orchestranti della loro vita, che a dispetto di leggi e di chi vuole fare rispettare le leggi continua a esserci una libera scelta fra il rispettare o violare una legge, infondo le persone sono tutte anarchiche ma non lo sanno, e quel che davvero manca è una cultura all'umanità e all'uso che si può fare della libertà.
Ciao

edmondo ha detto...

Carolina, hai detto una cosa vera: le persone nascono anarchiche, ma non lo sanno. Ovvio, tutto intorno ci è stato costruito affinché l'umanità perdesse questa consapevolezza e imparasse a dipendere (mentalmente) dai padroni. Se li eleggono anche! Quindi hai ragione, manca una cultura dell'umanità, della solidarietà (vedi che tutto intorno è competizione? Lo hanno costruito apposta così). Perciò ho sentito il dovere morale di far aprire gli occhi ai bambini che, come dico nell'articolo, già a 11 anni hanno perso la conoscenza della libertà. Ciao.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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