Una citazione al giorno

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mercoledì 26 dicembre 2012

Perché mio figlio è diventato introverso?


 Ci sono bambini timidi o introversi per indole o per influenza genetica, altri invece lo diventano e acuiscono la loro introversione man mano che crescono. Spesso i genitori credono che in tutti questi casi sia la natura a cambiare lo stato caratteriale dei figli, raramente si soffermano sul fatto che il carattere si modifica soprattutto in base al contesto, all'ambiente in cui vivono i bambini. Ancora più raramente questi genitori si pongono il problema riferito al rapporto figlio/scuola, pensando addirittura che la scuola tradizionale aiuti il figlio nelle relazioni e a superare la timidezza e l'introversione. Non esamino i casi dell'introversione come fattore positivo, creativo, abbastanza rari in verità. Ma se la scuola è il luogo dove il bambino cresce insieme agli altri, come mai certi comportamenti dei nostri figli vanno in direzione opposta alla convivialità e alla sicurezza di se stessi? Insomma, se un bambino nasce disinibito e sicuro, come si spiega il fatto che molto spesso, nel giro di pochi anni, diventa triste, introverso, pauroso, timido, remissivo, o scontroso? Domandiamoci anzitutto quale ruolo hanno i genitori in seno alla famiglia, primo nucleo autoritario in cui si trova il neonato. Quando il bambino incontra in famiglia le prime regole con le relative punizioni (parlo di regole che nulla hanno a che fare con l'incolumità fisica del bambino, le sole indispensabili *), è molto facile capire che quelle coercizioni parentali abbiano un'influenza decisiva e negativa sul suo carattere. Quando poi il bambino va a scuola si compie l'ulteriore massacro dell'autodeterminazione e dell'autostima. La paura dello studente, nella scuola tradizionale, diventa il suo pane quotidiano, con tutto quello che la paura comporta (e porta) nella modifica del carattere. E non è una buona modifica. Va da sé che in età adulta si impara persino a convivere con la timidezza, tanto che ogni adulto adotta varie strategie per non farla vedere agli altri, e questa è addirittura un'autocoercizione, come dire: sto male ma mi autoimpongo di non farlo vedere. E così quell'adulto si fa più male.
I bambini a scuola imparano ad aver paura per ogni cosa che fanno. La paura nasce dalla conoscenza di una conseguente punizione o di un voto o di un qualsiasi giudizio esterno. Parliamoci chiaro, i bambini hanno paura della punizione, non del problema da risolvere obbligatoriamente (ammesso che gli esercizi scolastici possano essere definiti problemi da risolvere, e ammesso che l'obbligatorietà sia un metodo educativo allettante per i bambini). Ed è la paura della punizione, del giudizio negativo, la causa principale dell'insicurezza in un bambino nato sicuro di sé. Se i bambini fossero liberi da questo tipo di paura, la loro energia intellettuale e creativa non avrebbe ostacoli e si sprigionerebbe in tutta la sua vitalità nella ricerca di mille soluzioni per un problema. Quando sono liberi i bambini? I bambini sono liberi quando giocano lontani dagli occhi giustizialisti e indagatori degli adulti, ed è quella condizione di libertà, quello scollamento dalla paura della punizione, che fa trovare loro tutte le soluzioni ai problemi. E se nei loro giochi i bambini a volte sbagliano, essi non si pongono alcun problema e ritentano, magari ascoltando le opinioni dei compagni e valutando tutti insieme qual è la soluzione migliore per tutti. Questa libertà non può essere la precondizione alla tristezza, alla timidezza, all'introversione o all'arroganza, tutt'altro.
Errico Malatesta così diceva in merito alla libertà di errore su cui ogni individuo dovrebbe poter contare: 'nessuno può giudicare in modo sicuro chi ha torto e chi ha ragione, chi è più vicino alla verità e quale via conduce meglio al maggior bene per ciascuno e per tutti. La libertà è il solo mezzo per arrivare, mediante l'esperienza, al vero e al meglio; non vi è libertà se non vi è libertà di errore'. Se il bambino viene allenato per anni al ricatto della punizione, da adulto imparerà a concepire la vita secondo questo modello autoritario, lo ripeterà a sua volta, e dipenderà per sempre dai giudizi altrui. Quel bambino non sarà mai un individuo libero, neppure nel pensiero, perciò cercherà sempre qualcuno che gli imporrà dei binari comportamentali, ad esempio un partito, un capo, un referente qualsiasi, un po' per discolparsi in caso di fallimento, un po' per abitudine alla deresponsabilizzazione, un po' per vigliaccheria, un po' per paura della libertà (che non conosce più) e di quella autostima che la scuola gli ha tolto per sempre.

'Le limitazioni alla libertà di un bambino sono giustificate solo quando sono indispensabili per la difesa della sua persona. Altrimenti sono dei veri e propri attentati alla sua persona'. (Marcello Bernardi)

1 commento:

Anonimo ha detto...

La timidezza è un'orientamento caratteriale naturale,oppure ci si può diventare o meno.Non è vero che i timidi o gli introversi stanno x forza di cosa male,o devono essere curati per diventare "normali"(come alcuni ciarlatani sostengono).I timidi stanno male perchè la società è basata sull'estroversocentrismo,ed essere timidi è considerato vergognoso,tanto che i timidi non possono manifestare il loro carattere ma devono fingere spesso di essere estro x venir accettati.Tantissimi bambini/e e ragazzi/e timidi/e si uccidono,vengono insultati,violentati psicologicamente e fisicamente ecc in quanto sono rifiutati a prescindere per avere un carattere "diverso" rispetto alla "norma".I timidi non sono individui di serie b o di "razza" o "carattere" inferiore,ma esseri umani come gli estroversi,i cosiddetti "normodotati",e devono godere degli stessi diritti e delle stesse opportunità,cosa che non hanno in quanto e che sarebbe ora di (ri)conquistare.Saluti libertari,antiautoritari e antipregiudiziali (A)

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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