Una citazione al giorno

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Data Rivoluzionaria

venerdì 11 dicembre 2020

I dati sulla scolarizzazione italiana.

 

Se mai un giorno dovesse compiersi una rivoluzione totale e globale, una rivolta mondiale di autoliberazione dei popoli, questa non potrebbe mai prendere avvio dall'Italia, ma da una di quelle regioni del mondo non ancora toccate dal morso funesto della scolarizzazione. L'Italia sarebbe certamente uno degli ultimi Paesi ad aggregarsi alle lotte, se non addirittura uno dei primi a mettersi contro di esse, dando vita ad una guerra 'civile' a carattere mondiale. L'annichilimento delle coscienze che avviene sui banchi di scuola è feroce e non dà quasi scampo. In pochissimi si salvano. La scuola insegna un sistema di ordini (cfr. Gilles Deleuze) e funge da colonizzatrice puntualissima ed efficacissima. 

I dati sulla scolarizzazione obbligatoria ci restituiscono un'immagine penosa dell'autodeterminazione degli italiani, via via seppellita dal progressivo obbligo scolastico, che nel 1859 era di due anni, tre nel 1877, poi cinque nel 1904. Continuò così, con grande soddisfazione dei governi che cominciavano a vedere i primi risultati veramente consistenti - tutt'altro che di emancipazione -  fino a quando il fascismo, consapevole della forza della scuola quale arma straordinaria per la colonizzazione e l'addestramento di massa, non impose l'obbligo scolastico fino ai 14 anni. Tutti a scuola ad alfabetizzarci, lo impone il fascismo e ringraziamo il duce!

Lo Stato italiano produsse in questo modo una massa fenomenale di docili educati e rassegnati, ma al contempo incattiviti e frustrati, senza precedenti. Ma al potere repubblicano e democratico questo non bastò ancora, l'esigenza di annichilire sempre di più le masse e renderle utili alle nuove istanze del Capitale era troppo grande, e le riforme successive innalzarono l'obbligo a 16 anni, un obbligo che la ministra berlusconiana Mariastella Gelmini, non a caso, riconfermò, ma con la particolarità di sostituire gli ultimi due anni, per chi lo avesse voluto, con un percorso lavorativo da operaio obbediente al padrone, per nulla incline alla rivoluzione, bensì alla difesa del mantenimento del proprio status di schiavo salariato, che è poi l'obiettivo finale della scuola di ogni tempo e di ogni luogo statalizzato. Oggi quel percorso lavorativo si è strutturato nella cosiddetta 'Alternaza scuola-lavoro' (governo Renzi) ridefinita in PCTO (governo Conte), a conferma del fatto che la scuola non serve di certo a liberare l'individuo, ma a renderlo massa, elemento acritico, un utile e docile strumento operante all'interno di un sistema capitalista di servi e padroni prodotto dagli stessi servi opportunamente istruiti.

In questo crescendo di scolarizzazione, di educazione ed istruzione specifica, si è visto come l'antico e fiero carattere degli italiani, al contempo così aperto, creativo e fraterno, si sia progressivamente svilito e trasformato in una poltiglia stucchevole di servilismo e docilità estrema, di competitività e razzismo, in un fantozzianesimo feroce che da decenni ormai non lascia intravedere alcuna speranza di rivoluzione all'orizzonte, ma, semmai, una gran voglia di difendere il proprio orticello e perpetuare questo sistema anche a costo della vita (che tanto, per uno schiavo, non è mai tale). 

Dati Istat

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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