Una citazione al giorno

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lunedì 5 novembre 2012

Nina e l'animale assoluto


(Sono stanco, non so riuscirò a scrivere)
Il disegno qui sopra non merita di essere osservato attraverso un medium (in questo caso lo schermo del computer), con approvazione o buona pace di Walter Benjamin che, oltre a quelli positivi, ha pure individuato i lati negativi della riproduzione tecnica delle opere d'arte, come la perdita dell'aura o del 'qui e ora'. Questo disegno necessiterebbe di un'osservazione diretta, non mediata, per poter cogliere tutta la sua forza espressiva e significante. E mi dispiace non aver assistito in maniera estemporanea alla sua realizzazione, in quel momento stavo osservando altri disegni. Ma tant'è, siamo qui, elettronicamente, e cercherò di spiegare il motivo per cui dedico un post a questi 'quattro segni'.
Come vedete, si tratta dell'immagine di un animale, l'ha realizzata Nina che ha 12 anni. Dall'anno scorso, Nina ha capito bene le mie parole quando le dicevo che non importa essere un Leonardo da Vinci, l'importante è invece esprimersi nel modo che si vuole, e che uno 'scarabocchio' è ottimo se viene realizzato con tutte le possibilità che si hanno in quel momento. Perciò Nina si lancia senza avere alcuna paura, sa che non riceverà mai da me giudizi o voti.
Quei segni sul foglio hanno una fortissima valenza iconica. Se notate, non c'è un solo segno che non sia significante nel rapporto con gli altri segni, nulla è superfluo, ogni segno serve agli altri segni. Questo vuol dire che il disegno è compiuto in se stesso, e come tale ha carattere assoluto, classico; infatti non ha tempo, è un'immagine che potrebbe risalire a 40.000 anni fa, ma è anche modernissimo. Nella visione dei bambini il concetto di superfluo non esiste, ogni elemento che essi disegnano è per loro necessario, indispensabile, e non sono pochi i disegni nei quali, a noi adulti, sembra di vedere una sovrabbondanza di elementi, anche ridondanti, ma in questo caso sono stati pensati pochi tratti per esprimere l'idea visiva di un animale. Pochi tratti che non sono stereotipati, sono invece autenticamente personali.
Nina ha voluto disegnare un cane, ma siccome i segni organizzati nel foglio non le permettevano di connotare la figura, ha pensato di scrivere 'cane' tra parentesi, sopra l'immagine. Ho parlato con Nina di questo disegno, mi ha detto che l'immagine poteva inizialmente far pensare a un altro animale diverso dal cane, ma che poi, aggiungendo la lingua, il cane si sarebbe finalmente manifestato.


Il percorso logico di Nina si è snodato in cinque punti-base:
1) voglio disegnare un cane.
2) per far capire che si tratta di un cane devo disegnarlo in maniera realistica, ma non sono Leonardo da Vinci.
3) disegno la mia idea di cane, come posso, con i mezzi che ho.
4) disegno la lingua a penzoloni, tipica dei cani.
5) uso il linguaggio verbale come didascalia. 
E' interessante osservare lo stile, lineare, essenziale, minimale, veloce, sintetizza tutta quanta l'idea di un cane. Eccezionale la coda, che non ha bisogno di essere unita al corpo per far capire che si tratta proprio di una coda. Non c'è ricerca di realismo, ma se sintesi dev'essere, sintesi sia! E' un'opera che basta a se stessa, niente può essere aggiunto senza rovinarne la freschezza. I grandi artisti delle Avanguardie avrebbero dato chissà cosa per riuscire a trovare questa libertà espressiva, questa assenza totale di regole accademiche, quindi questo grado zero da cui può emergere soltanto la vera essenza della visione personale, l'azione autonoma e spontanea dell'artista. Dico la verità, quando ho visto questo disegno ho chiesto immediatamente a Nina se avesse voglia di disegnarne uno uguale, un doppione, tutto per me, lei lo ha disegnato, ma sapevo già che il risultato non sarebbe stato soddisfacente. Il disegno che vedete è proprio quello originale.


2 commenti:

Rinascere ha detto...

Come non pensare al "Bue" di Picasso?
Questo disegno farebbe la gioia di Husserl.

Brava Nina!

edmondo ha detto...

Ottimo intervento

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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