Una citazione al giorno

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martedì 28 gennaio 2014

Di adulti e di fanciulli sui social network

I ragazzini interagiscono attraverso i social network con molta frequenza, lo sappiamo, e dato che io sono immerso nel loro universo non sono esente da queste loro interazioni virtuali, ne faccio parte. Ma, un po' per mia indole, un po' per coscienza, preferisco non inserirmi nei loro discorsi. Da quando ho creato un profilo su facebook, quello che porta il nome di questo blog, ho notato che anche nel mondo virtuale l'interazione svolta dagli adulti è profondamente diversa da quella dei ragazzini. Sono due maniere di porsi e di concepire le cose completamente differenti. E non si tratta soltanto di linguaggio più o meno complesso, dove si dà per scontato -sbagliando- che quello meno complesso sia quello dei fanciulli. Si tratta invece di carattere della relazione. Nondimeno, anche soffermandomi sul linguaggio, devo constatare che non di rado quello dei ragazzini rimanda a dei concetti ampi e a volte complessi, tanto che non riesco a comprenderne i nessi fondamentali, mentre quello degli adulti è assai prevedibile. 
Da quel che ho potuto notare, l'interazione virtuale tra ragazzini è raramente pretenziosa, contrariamente a quanto avviene presso gli adulti. Le sovrastrutture degli adulti sono davvero inquietanti e ne osservo tutta la violenta potenza che li imprigiona e li condiziona. Mentre il ragazzino si rivela spontaneo e elastico, l'adulto tende a manifestare una notevole fermezza delle proprie convinzioni che è sostanzialmente chiusura, il più delle volte preventiva, e questa si traduce inevitabilmente in una volontà di imporre agli altri il proprio punto di vista, si imbastiscono veri e propri scontri di opinioni, e naturalmente ognuna di queste opinioni pretende di essere quella giusta. I ragazzini si mettono in gioco, possono anche non accettare la critica dell'amico o dell'amica, ma in un modo o in un altro, alla fine, tutto si ricompone nel quadro conviviale. Ho qualche difficoltà nel comprendere certi loro codici abbreviativi, ma è un problema mio, facilmente superabile allorché ne chiedo il significato. 
L'adulto, da quanto ho potuto rilevare dalla mia prospettiva relativa, è generalmente un autoritario compiuto nel voler imporre la propria idea agli altri, ed è un autoritarismo che, di solito, salvo eccezioni, va a sposarsi con una certa mediocrità dei contenuti, e soprattutto con una pressoché assente motivazione delle affermazioni. Ho notato che presso gli adulti vige più che altro un perentorio 'è giusto come dico io', mentre presso i ragazzini non del tutto scolarizzati c'è più disponibilità al confronto o, se vogliamo, anche agli scontri, ma che rimangono tuttavia per lo più autoeducativi. Dai loro scontri i ragazzini riflettono e, se lo ritengono cosa buona, imparano a cambiare opinione il giorno dopo. Se gli adulti arrivano persino ad assolutizzare il litigio virtuale soprattutto riguardo ai temi politici, i ragazzini vivono il loro litigio sempre in modo relativo e momentaneo. Se allora ci si sofferma sullo scontro, gli adulti sembrano essere governati da un non sapere o non volere trovare un punto di incontro, mentre i ragazzini, se e quando vogliono, sono in grado di articolare il discorso per cercarvi consonanze e complicità. Presso gli adulti le argomentazioni diventano un insieme di pensieri tra loro paratattici, nei ragazzini riscontro più fluidità nella logica. In taluni casi, l'astuzia dell'adulto serve soltanto a trovare subdole strategie per affossare in qualche modo la posizione dell'interlocutore, sperando così miseramente di dare valore alla propria opinione. Emergere dileggiando o facendo lo sgambetto al compagno: anche queste sono cose che si apprendono a scuola, dalla sua struttura gerarchica.
Quando i ragazzini parlano usando facebook, può capitare di incontrare qualcuno di loro con l'ostinazione tipica degli adulti ideologizzati, ma generalmente la volontà di imporre agli altri il proprio punto di vista non ha vita lunga, poiché l'intervento degli altri amici diventa un eccellente dissuasore e riordinatore del gioco comunicativo, a meno che non si parli di squadre calcio, che a mio giudizio rappresentano già i partiti o i movimenti per l'infanzia, il 'divide et impera' per gli innocenti che devono quanto prima disconnettersi dall'istinto naturale della solidarietà, e allora in quel caso i ragazzini somigliano già agli adulti, purtroppo. Ma non si deve credere che il ragazzino di 12 anni non sappia formulare anche pensieri profondi. Un giorno alcuni studenti mi avevano invitato in una discussione su facebook, avevano trovato un vecchio video dove esponevo un mio personalissimo punto di vista sull'esistenza e volevano saperne di più, così mi hanno chiamato e, non ancora soddisfatti, alcuni di loro hanno voluto che io ne discutessi anche fuori dal social network. Per non parlare di quando il ragazzo 'G.' si era rivelato su facebook un vero poeta, con i suoi pensieri toccanti e densi (mentre per tutti a scuola era solo l'incurabile, l'ignorante e il pericoloso bullo). 
Il carattere della comunicazione degli adulti crea muri, è poco empatico, rarissimamente conviviale. Inutile domandarsi il perché, chi ha letto qualcosa sulla psicologia dell'autoritario capisce bene, in ogni caso penso sia ancora buona cosa leggere o rileggere 'La convialità' di Illich, ad esempio. Presso l'adulto non c'è incontro, c'è piuttosto scontro salvo eccezioni, la catena del dialogo non si forma quasi mai quando si tratta di temi sovrastrutturati, tutto diventa dialettica spezzata, senza continuità organica o sviluppo del tema, quindi senza neppure uno straccio di conclusione. 
In merito a questi argomenti, cosa può andare a favore degli adulti? Probabilmente la maggior parte di questi adulti non si sono mai incontrati fuori da facebook, non c'è mai stata una vera conoscenza reciproca, e questo incide sicuramente, ma credo non basti per giustificarne l'autoritarismo comunicativo. Da un adulto sedicente maturo ci si aspetterebbe almeno una capacità di sormontare l'ostacolo dello 'straniero'. Invece la posizione ideologica dell'altro, il punto di vista diverso, genera quasi sempre la competizione e il conflitto. E il conflitto sovrastrutturato genera solo odio. 
Sono questi adulti che, alla fine, pretendono di educare i bambini e di sapere ognuno come si fa, ognuno di loro crede di possedere la formula magica esclusiva. E così, anche sul 'tema educazione', tutti diventano pedagogisti d'eccellenza, esattamente come al bar diventano massimi esperti di calcio. Eppure sono convinto che gli adulti sarebbero davvero dei buoni educatori se soltanto sapessero staccarsi dalla concezione tradizionale e sbagliata di educazione, quella che tutti noi abbiamo ricevuto e acquisito acriticamente. Ma fino a quel momento, fino a quando non si prenderà coscienza che la parola 'educazione' vuol dire tutt'altra cosa, fino a che gli adulti vorranno sempre insegnare ai bambini a 'dover essere' piuttosto che ad 'essere', temo a ragion veduta che le loro istanze siano soltanto massicce iniezione di opinioni personali, date per certe e giuste dalla tradizione, calate dall'alto e indiscutibili, desunte dal solito 'si è sempre fatto così', e tutte con un solo denominatore comune: l'autoritarismo, e tutto ciò che esso include anche e soprattutto in forma nascosta. 
Come si può pretendere un cambiamento in senso umano e libertario in questo modo? Se la scuola produce adulti autoritari (suo scopo principale e nascosto), e se la società è il frutto delle scelte degli adulti, come possiamo pretendere di cambiare le cose e avere anche la presunzione di ritenerci nel giusto? Come può l'adulto arrogarsi il diritto di insegnare la sua morale falsa e autoritaria, benché spesso non sia neanche in grado di capire che sia tale? Io non ho formule magiche, osservo e analizzo, mi pongo nel mondo nel solo modo che sento davvero mio (non acquisito dalla morale imposta), e penso che tutte le persone debbano avere il diritto di vivere secondo le loro particolari, reali e naturali necessità e, a maggior ragione quando si tratta di bambini, il mio essere-con-loro è quello di colui che nulla può e deve imporre. Osservo i bambini parlare e giocare, parliamo e giochiamo, ci autoeduchiamo, e semplicemente siamo.

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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