Una citazione al giorno

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domenica 14 aprile 2013

Libero gioco, libero contesto, liberi educatori. Necessità vietate dalla scuola

Stamattina mi sono ritrovato fra le mani questo disegno. Era rimasto nella tasca di un mio giubbino estivo. Il disegno è di Giulia, lo aveva realizzato all'inizio dell'anno e me lo aveva regalato. Ne ricevo in dono parecchi, ho dei raccoglitori pieni di disegni, dediche, poesie, pensieri... anche io regalo disegni e pensieri ai ragazzi. Certe volte mi trovo a scrivere un pensiero sul diario di qualcuno, e allora anche gli altri mi portano il loro diario aperto su una pagina bianca. Praticamente giochiamo, nel senso più serio del termine, cioè -come si direbbe oggi- ci interfacciamo liberi da ogni obbligo o dovere, liberi dai pregiudizi, sovvertiamo le regole, creiamo le nostre, ci scambiamo informazioni stabilendo tacitamente una delle tante modalità per farlo, quella del regalarci biglietti e disegni, ma anche azioni.
Se solo potessimo, i ragazzi ed io non faremmo altro tutto il tempo: giocare. Ma esattamente come la libertà, anche il gioco viene considerato da questo tipo di società un'espressione umana inutile, addirittura dannosa, sicuramente un'attività indegna per un adulto serio con la testa sulle spalle. E infatti le persone dicono che è più importante il dovere, lo studio, la disciplina. Ok, ma quale tipo di dovere? Quale tipo di studio? Quale di disciplina? Quelle persone non sanno che stanno ripetendo a pappagallo una retorica militare, perché per un bambino, ma anche per l'adulto,  il vero dovere, quello che la natura gli ordina, è proprio il gioco, che è una disciplina, anzi meglio, un'autodisciplina istintiva che attiva tutti i sensi, li apre completamente all'ambiente, e conduce ogni individuo all'apprendimento spontaneo. Si imparano molte più cose con il gioco, perché si è spinti dalla propria curiosità, ma la società non vuole persone colte, vuole produttori-consumatori, replicanti che si tramandano sempre gli stessi modelli e le stesse conoscenze, acquisite peraltro noiosamente, in un circuito obbligato standardizzato che soffoca e limita il naturale dinamismo della mente, spegne tutti gli entusiasmi intellettivi, fino a far rifiutare a priori l'idea stessa di apprendimento, divenuto sinonimo di coercizione.
L'esempio del gioco come strumento naturale di apprendimento è alla base di una sana educazione, e il gioco non può che svolgersi in un contesto libero, cosa che la scuola nega a priori. Ma qualcosa si può fare anche nelle aule-celle. Qui di seguito ecco un esempio, lo trascrivo prendendolo da un mio post pubblicato qualche giorno fa su facebook: 

Educere.
Osservavo da tempo una ragazza in classe, i suoi disegni, i suoi modi di porsi con gli altri, le espressioni. Le avevo detto di portare una trousse di trucchi. L'ha portata. L'ho truccata. Ragazza punk. Si è divertita, pure la classe. 'Ma perché non studiate anziché pensare a divertirvi'? - direbbe qualcuno. Già, perché? Ci sono cose che si legano come in una catena di piacevolezze, compreso il buon apprendimento che muove dalla spontanea curiosità. Ora Miriana, incuriosita e divertita da quella volta, è più interessata all'arte in generale, mi chiede libri, discutiamo, e c'è sempre un gruppetto intorno che ci ascolta. L'altro giorno Miriana mi ha rivelato che sta facendo una ricerca sull'internazionale situazionista. Ha dodici anni. Ecco perché pensiamo a divertirci.

Ma se il gioco può avvenire anche in un contesto alienante come un'aula scolastica, il buon apprendimento non può invece prescindere da una totalità di persone altrettanto libere che giocano insieme. Che cosa voglio dire? Se io quel giorno in cui ho truccato Miriana fossi stato 'un bravo insegnante', cioè rispettoso del regolamento, osservante dei divieti imposti, ligio al (loro militare) 'senso del dovere', non ci sarebbe stato né il gioco, né tutto ciò che ne è conseguito. Se fossi stato 'un bravo insegnante' avrei detto a Miriana: 'non è tempo di giocare, e neanche il luogo, piuttosto apri il libro e studia quel che ti ho detto di studiare' (nota: anche l'Internazionale situazionista non viene contemplata dai libri della società dei replicanti). Ma io non sono un bravo insegnante, non voglio esserlo, cerco semmai di educere. E se esiste una morale in tutto questo, devo ancora una volta affermare che non può esistere un'educazione libertaria senza educatori libertari, coscienti di esserlo, e praticanti.

2 commenti:

monica ha detto...

Bellissimo questo articolo! Bello e di grande ispirazione, grazie! Da insegnante, sostengo ogni tua parola e anche secondo me la scuola soffre di un'impostazione antica e "militare", che mi sembra molto poco funzionale alle reali esigenze dei ragazzi di oggi e risulta tanto più noiosa quanto più limita la libertà di creare, esplorare, emozionare o, appunto, "giocare" che contribuirebbe invece a mettere in moto i ragazzi.

Anonimo ha detto...

Certo Monica, l'impostazione antica e militare di cui parli è molto poco funzionale alle esigenze dei ragazzi, ma molto funzionale a quelle dell'autorità.

Come sempre le esperienze che leggo su questo sono sempre stupende e piene di contatto umano. Continua così, tu stai contribuendo davvero al miglioramento di questo mondo.

Davide.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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