Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

martedì 27 settembre 2016

Non al denaro

Quando la maggioranza delle persone non pensa che al profitto e ai modi anche più immorali per ottenerlo, io, quando se ne presenta l'occasione, mi concedo il lusso di illustrare il mio punto di vista sull'argomento. Talvolta può essere sufficiente una sola battuta, com'è avvenuto oggi. Ma facendo questo, cioè illustrando il mio punto di vista sulle cose del mondo, inevitabilmente finisco per ferire dolorosamente il mio interlocutore, perché quello che dico scuote dal di dentro, schiaffeggia le coscienze deformate e abituate a dei valori che non mi appartengono, in quanto anarchico, umano, libero pensatore. Oggi una collega che mi ha chiesto qualcosa sul mio orario scolastico, dopo aver ascoltato quello che le ho risposto, ha dimostrato tutta la sua vulnerabilità in qualità di vittima  del pensiero unico autoritario, si è sentita colpita nel profondo e ha reagito come adesso dirò.
L'argomento, quindi, era l'orario scolastico, ed io non ho esitato a dimostrare tutta la mia soddisfazione nei riguardi del part-time, una scelta autonoma, ragionata, ma anche istintiva per motivi di naturale strategia di sopravvivenza. A quel punto la mia collega, come pure le altre che stavano lì ad ascoltare, non ha avuto che un solo pensiero, espresso in questo modo: 'ma col part-time, poi, non avrai una pensione misera'? Questa, posso garantire, è la domanda che sempre ricevo da chi mi chiede lumi sul part-time. Il pensiero è dunque solo per il denaro, non c'è spazio per nient'altro nella coscienza. Se poi penso a due anni fa, quando mi sono sentito dire da un'altra collega: 'ma allora tu sei ricco'!... Avrei dovuto dirle di sì, ma ricco di ben altri valori. Ma questo è un altro capitolo. Continuiamo.
Io alla mia collega di oggi le ho semplicemente risposto, con una battuta lapidaria, che sicuramente col part-time perderò dei soldi, come li perdo già adesso, ma ci straguadagno in vita e salute. Stop! E venne giù il mondo! La maschera della mia collega è crollata di colpo, allorché la sua reazione repentina è stata quella dell'animale ferito a morte. Come se io, con la mia etica della vita felice, l'avessi messa di fronte alle sue responsabilità di individuo che razzola male, o come se l'avessi obbligata a scegliere tra il valore della vita felice qui e ora e quella del profitto, la sua reazione non è stata quella della persona riconoscente o riflessiva, ma quella di chi vuole cercare a tutti i costi un giustificativo per sé, per salvare i valori in cui crede e pulirsi la coscienza. Infatti, al mio 'straguadagno in vita e salute', lei mi ha risposto scocciata in questo preciso modo: 'ma io non posso mica fare il part-time'! Ma chi le aveva imposto niente? Non le avevo di certo puntato una pistola alla tempia costringendola a fare il part-time! E' stata piuttosto la sua coscienza, lei sì, che le ha urlato di farlo! 
La sua reazione mi ha fatto riflettere, perché è comune alla massa. E' stata proprio una reazione sintomatica, indicativa, paradigmatica di una condizione ormai disumana, dove il valore della vita-felice-qui-ed-ora viene soffocato, automaticamente dimenticato, per essere sostituito dalla logica del profitto, dal guadagno monetario, dalla sofferenza permanente (esaltata dalla religione) concepita come valore positivo dalla morale comune: la morale degli schiavi sofferenti e remissivi, una morale scritta per loro dai padroni e dal clero, cioè da quelli che progettano il sistema con i suoi apparati coercitivi ricattatori che osano chiamare persino 'educativi'.

mercoledì 27 luglio 2016

Chiamata diretta dei docenti e corruzione

Mi giunge una notizia che riguarda l'allarme dell'Anac (l'Autorità nazionale anti corruzione) circa la potenzialità corruttiva della chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici.
Che l'operazione della chiamata diretta sia a rischio corruzione (più che rischio, direi la via maestra) non c'era alcun dubbio fin dall'inizio (e parlo di anni fa), ma adesso è anche un'istituzione dello Stato, l'Anac, a illustrarne la pericolosità. Un'istituzione dello Stato che allerta sulla pericolosità dei provvedimenti dello Stato? Molti potrebbero dunque pensare, ripetendo a pappagallo la retorica di regime, che lo Stato stesso adopera contrappesi e misure di contrasto all'ingiustizia. Ma chi crea l'ingiustizia? Farei perciò notare che la necessità di istituire dei 'contrappesi' o delle 'misure di prevenzione' denuncia in sé il fatto che lo Stato stesso opera attraverso le proprie ingiustizie legalizzate. Infatti, un'operazione di contrasto, un contrappeso, una misura di prevenzione, chiamiamola come vogliamo, non elimina assolutamente il problema, semmai lo conferma, gli dà persino un senso legale. E quali sarebbero le 'misure di prevenzione' alla corruzione secondo l'Anac? Tutta una serie di criteri da stabilire e da pubblicare sui singoli siti delle scuole, affinché la corruzione alla fine si possa svolgere lo stesso, come ci insegna l'esperienza, ma secondo principi 'democratici' decisi e avallati dai docenti stessi, o meglio, da una maggioranza di essi (le minoranze in democrazia non contano e, di fatto, vengono poste sotto i piedi) o, come credo, da quel numero ristrettissimo di docenti che costituiscono lo scodazzo servile del dirigente e che questi 'proporrà' al collegio dei docenti senza ricevere obiezioni dalla platea dormiente e acquiescente (parlo in base alla mia esperienza svolta ad oggi in una decina di istituti). Il giochetto dei criteri, della trasparenza, decisi da ministero oppure dal basso, non elimina per niente l'ingiustizia! E se non la elimina vuol solo dire che la conferma, nelle forme democratiche.
Questo dei criteri e della trasparenza è lo stesso discorso adottato dai sindacati di regime, i quali naturalmente non sono lì per abbattere il sistema, anzi. Capiamo allora, ma è ovvio, che il problema non è quello di voler eliminare la legge, cioè l'ingiustizia alla radice, ma fare in modo che questa rimanga, solo con certe regole (i criteri) che le vittime di questa ingiustizia dovranno stabilirsi da sole.

Qui l'allarme lanciato dall'Anac, all'interno trovate il pdf con gli eventi a rischio, e le relative misure di prevenzione. Poi si può anche vedere fino a che punto si può arrivare.

Voglio ripetermi: un sistema che ha bisogno di continue misure di prevenzione è un sistema corrotto in sé, è un sistema che non può eliminare la violenza perché è esso stesso violenza. Di fronte a un problema, l'unica soluzione è quella di eliminarlo alla radice, eliminare soprattutto la causa che genera il problema, e non invece trovare dei modi democratici affinché il problema continui ad esistere. Per quanto mi riguarda, una vera misura di prevenzione adottata dal popolo contro le ingiustizie che esso subisce (e produce) consiste soltanto nell'impedire che lo Stato e la Chiesa, attraverso i suoi ministri adorati dalle folle, continuino a opprimere, sfruttare, ingannare miliardi di persone.

venerdì 3 giugno 2016

Bonus premiale? Propongo solidarietà e ricevo silenzio

I docenti galoppano verso l'autoflagellazione, ad attenderli è una guerra fra poveri tanto meschina quanto violenta. Tutto legale, è la legge 107. La loro legge, beninteso. In tutte le scuole si istituzionalizzano i cosiddetti 'Comitati di valutazione', cioè docenti che dovranno giudicare i colleghi e le colleghe. E poiché appare di fatto molto difficile stabilire dei criteri per punire e premiare, il governo se ne lava le mani, non stabilisce alcun criterio, e delega ai singoli istituti lo svolgimento di tale ingrato compito.
Così ogni dirigente ordina, e tutti gli altri obbediscono, come cultura autoritaria insegna. Nessuno si pone la questione del principio criminale in sé, della violenza insita in questa volontà discriminatoria, la stessa violenza che si commette quando si traccia una linea verticale su un foglio e qualcuno, investito da una sempre supposta autorità, si arroga il diritto di decidere chi sono i buoni e i cattivi, i promossi e i bocciati, gli onesti e i disonesti, i notevoli e gli insignificanti... Sulla base di queste operazioni discriminatorie, col pretesto di queste classificazioni, si sono sempre compiute le più grandi atrocità della Storia. Ma la Storia ci racconta anche che quelle decisioni erano poi tutte delle fantasiose arbitrarietà, violenza di Stato, pretesti e capricci delle classi dirigenti, ordini della legge del Profitto, come lo sono oggi; ma della verità storica cosa importa alla gente?
Così, messa vigliaccamente da parte la questione fondamentale, cioè a dire la brutalità violenta del provvedimento legale in sé, tutti si affannano a cercare dei criteri 'che non diano troppo fastidio': ecco la immancabile e tristissima ricerca del male minore. E' il sistema. E' la schiavitù. E' lo Stato con la sua cultura. La massa educatissima ci è abituata a questa sofferenza, quando sono i governi a crearla. Qualcuno ha persino messo in giro il detto che recita: 'siamo nati per soffrire'. Che assurdità! Che ignobile pretesto viene insegnato ai bambini! E invece nessuno pensa che, in qualità di esseri viventi, dovremmo cercarci costantemente la gioia maggiore, cercarcela qui e ora (e non soffrire per avere una vita felice dopo la morte, in un ipotetico paradiso, come certe istituzioni criminali fanno credere ai bambini).
La cosa inquietante è anche vedere come colleghi e colleghe, e parlo di quelli con cui ho a che fare, facciano finta di essere disperate, dispiaciute, arrabbiate, ma poi, stringendo stringendo, arrivando al sodo e al nocciolo della questione, se ne infischiano e abbracciano totalmente la mozione calata dall'alto mostrando le loro schiene piegate. Eppure, a mio parere, qualcosa si può fare per aggirare questa legge! Avevo proposto una cosa molto semplice da fare, la cosa più umana e logica che mi era venuta in mente dopo la disobbedienza (ma la scuola insegna a obbedire, figuriamoci!). E quindi, dato che nessuno voleva disobbedire a questa violenza istituzionale, men che meno i singoli dirigenti delle singole scuole, e dato che mi sembrava facesse dispiacere a tutti il fatto che ci dovranno essere per legge docenti meno pagati di altri, più schiavizzati di altri, con una situazione generale sempre più incline alla cattiveria e al conflitto, ho proposto la mia soluzione: quelli che tra tutti saranno scelti per avere in saccoccia qualche spicciolo in più, potrebbero, una volta intascato l'ammontare, distribuirlo equamente agli altri. Ufficialmente l'operazione legale-commerciale-amministrativa risulterà andata a buon fine, ma nella realtà dei fatti avremo aggirato l'ostacolo e raggirato la legge. Ho detto ai colleghi che io farei così senza alcuna esitazione, che lo farei con vera gioia. Ma il risultato, purtroppo, è stato un rumorosissimo silenzio, un silenzio che ora grava pesantemente sulle loro coscienze. Con che faccia parleranno domani, i miei colleghi e le mie colleghe, di solidarietà? E' proprio questo silenzio il sigillo della massa servile, complice e ipocrita. E tuttavia...
Voglio dire qualcosa di altrettanto importante: tra questi colleghi e colleghe molti sono davvero dispiaciuti e arrabbiati per questa ulteriore discriminazione legalizzata. Ma non riescono a opporsi ad essa neppure adottando la soluzione che ho proposto. E allora la mia riflessione, al di là delle parole che ho scritto, si dirige piuttosto verso la mia volontà di capire i meccanismi psicologico-educativi che fanno delle persone dei perfetti schiavi volontari, sempre più incapaci di disobbedire all'autorità. Per la mia riflessione potrei anche partire dal famoso esperimento Milgram (qui), ma so già che la questione, dovendo inevitabilmente scavare a fondo per capirla, rimane sempre quella legata al concetto di infanzia-da-educare, educarla al rispetto cieco nei confronti della legge e dell'autorità, educarla all'obbedienza concepita come virtù, educarla al patriottismo, al militarismo, al timore costante di qualche punizione (terrena o ultraterrena), e alla condanna ferocissima di tutto ciò che deraglia da questo tipo di educazione funzionale soltanto allo status quo. E quest'ultima cosa è purtroppo consequenziale all'assimilazione del dogma educativo, cosa che avviene a scuola e nelle famiglie scolarizzate.

P.S. Per chi fosse interessato al referendum per l'abrogazione di alcuni passi della legge 107, nei municipi d'Italia si stanno raccogliendo le firme, ma anche in giro sui banchetti predisposti. Ad oggi hanno firmato ben 300.000 persone, maggiori informazioni le trovate in rete, ecco un esempio QUI.

Altra cosa: vorrei far notare che il governo non ha potuto stabilire i criteri per discriminare i docenti, come dicevo prima, ma questo fatto merita una riflessione più profonda, magari partendo dal concetto secondo cui prima il governo fa la legge per punire qualcuno, ma solo dopo si devono individuare i criteri per farlo. Ciò dimostra una cosa precisa: che la legge sulla 'buona scuola' è davvero una legge statale, cioè dal carattere eminentemente punitivo. Come dire, non importa in che maniera i docenti cercheranno i modi con i quali dovranno autopunirsi, qui importa soltanto che vi sia una legge a imporglielo! Sorvegliare e punire! Che genere di essere umano è l'acquiescente devoto che, osservando la legge, va anche contro i propri interessi? O quello che obbedisce soltanto perché viene minacciato e costretto brutalmente? E che genere di legge è quella che ha sempre bisogno della minaccia e della forza brutale per farsi rispettare? Siamo fuori da qualsiasi concetto di umanità e giustizia, oltre che ovviamente fuori da qualsiasi vera idea di libertà! Siamo nello Stato!

lunedì 23 maggio 2016

Una scuola viva, pulsante, buona più che mai

Quando ero bambino, gli adulti della mia famiglia mi minacciavano dicendomi che se non avessi fatto il bravo a scuola mi avrebbero mandato al riformatorio, facendomi peraltro capire con l'espressione della voce ed un gesto della mano eloquente che là, al riformatorio, le avrei buscate di santa ragione finché non avrei imparato a stare finalmente ed educatamente in una scuola. Anche da ciò si capisce che la natura della scuola non è benigna. L'istituzione dei riformatori, ritenuti necessari affinché gli spiriti più creativi e liberi venissero sedati e ricondotti a forza sul percorso dell'obbedienza remissiva, dimostra chiaramente che ciò che la scuola vuole è soltanto vederti rassegnato, indebolito, incattivito, e ben disposto ad accettare ogni tipo di coercizione e addestramento da parte dell'autorità. Il pretesto degli adulti è rimasto inalterato nel tempo: 'lo facciamo per il tuo bene, per la tua sicurezza, per il tuo futuro, obbedisci e un giorno ci ringrazierai'.  
Vorrei dirlo apertamente senza troppi giri di parole: se nel mio modo di essere c'è forse qualcosa di buono, come alcuni sostengono, dove per 'buono' si intende un carattere incline al senso di giustizia e al rifiuto categorico dei valori autoritari, questo non lo devo certamente all'educazione scolastica, né alla convinzione degli adulti che mi hanno mandato a scuola, ma lo devo a qualcosa che, da essere umano, mi porto dentro dalla nascita, come un istinto; ma lo devo anche alla mia autonoma capacità di riflessione e di analisi evolutasi nel tempo nonostante la scuola e a dispetto della società adultocratica.
C'è stato un tempo, a dire il vero, in cui anche io ho creduto alla teoria della scuola come strumento di emancipazione personale e collettiva. Ero giovane e ingenuo, e anche presuntuoso: guai a chi osava mettere in discussione le mie convinzioni granitiche sulla scuola. Oggi non posso più credere che la scuola sia uno strumento di emancipazione, anche alla luce degli effetti visibili prodotti dalla scuola su questa società, per questa società specifica, che è sempre più vittima della propria pedagogizzazione obbligatoria di massa. Emancipazione da che cosa, poi? Dal sistema oppressivo che non ci rende liberi? Bene, ma un giorno mi son dovuto chiedere: com'è possibile che la scuola, che è uno strumento del sistema, voluto dal sistema, possa servire a liberarci dal sistema? Da lì, poi, la riflessione ha seguito la via più logica ed evidente nel definire la scuola come mero strumento di perpetuazione del sistema. Forgiare servi affinché questi si creino i padroni. Et voilà!
Niente da fare, con me la scuola ha fallito totalmente, non ha saputo raggiungere uno dei suoi obiettivi più nascosti e pervasivi: farsi percepire come indispensabile, come luogo massimo e unico del sapere, come un dogma ineludibile. Ciò che la scuola predica per propagandare se stessa, poi, non ha alcun riscontro nella realtà, perché, come ho avuto modo di ripetere più volte, un conto è predicare bene, un altro conto è agire esattamente per come si predica. E la scuola, come la società che da essa scaturisce, è fatta in modo tale che ogni azione dei singoli, nonostante le loro buone intenzioni, vada nel verso opposto alle cose che si predicano, va cioè nel verso opposto alla solidarietà, all'armonia, alla giustizia, alla libertà. Le eccezioni rimangono tali, confermano la norma, e puntualmente vengono pure criminalizzate.
Io credo che le voci assolutamente critiche sulla scuola e sui suoi obiettivi nascosti, sui suoi metodi coercitivi e ricattatori, voci che hanno ormai radici profonde nella storia e che ci esortano ad abbandonare il dogma scolastico, debbano essere non soltanto ascoltate, ma tradotte urgentemente in pratica per un fine davvero umano e universale, autenticamente emancipatore, perché, come diceva anche H. D. Thoreau, la scuola non può mai essere un edificio in cui i bambini vengono rinchiusi escludendoli dalle infinite relazioni quotidiane, escludendoli dai veri e gioiosi insegnamenti che la vita ci dona; la nostra scuola, diceva Thoreau, deve essere il mondo intero! La maggior parte delle cose che sappiamo le abbiamo imparate fuori dalla scuola, dalla gente più diversa e dall'esperienza diretta, e con la gioia di farlo, senza strumenti premiali e punitivi, senza ricatti e voti sul registro, senza orari prestabiliti e cultura competitiva. Apprendimento incidentale, gioco come naturale strumento di conoscenza, rovesciamento della cultura attuale e dei dogmi educativi, pensare a una società liberata dalla scuola... di questo si dovrebbe parlare, e questo dovremmo fare dopo due secoli di critica alla scuola istituzionale, e non parlare di competenze (dei futuri automi produttivi) o di merito (come e quanto si è diventati automi). Forse un giorno racconterò di un ragazzo che non è mai andato a scuola, potrebbe aiutare qualcuno a togliersi dalla testa la necessità di tale nefasta istituzione, qualora ci fosse ancora bisogno di dimostrare qualcosa oltre ai già eloquenti dati di fatto.
Nel tempo in cui le caratteristiche autoritarie della scuola si stanno inasprendo e i suoi strumenti violenti si stanno potenziando, arrivando persino all'istituzione di classifiche di merito (leggi demerito) per i docenti, classifiche deliberate dagli stessi docenti (c'è qualcosa di più aberrante?) che ora dovranno lottare miserevolmente tra loro per un tozzo di pane in più tolto dalla bocca del collega, io non credo che la scuola stia morendo o che sia già morta, come si potrebbe pensare.  Dico invece che la scuola non è mai stata così viva, purtroppo, a tutto vantaggio di un programma capitalista molto preciso e raffinato, occulto, che fino ad oggi non ha mai sbagliato un colpo, perché conosce fin troppo bene la materia sulla quale opera, una materia che proprio il capitale ha creato per sé e forgiato a proprio vantaggio, proprio per mezzo della scuola, e non ha ancora finito. Le nuove esigenze del capitale, sempre più voraci, non possono essere concretizzate se non passando attraverso un'educazione di massa obbligatoria e istituzionalizzata tesa a far accettare di buon grado, anzi, persino con grande approvazione delle masse appositamente istruite, le nuove istanze del sistema produttivo. La scuola intesa nel senso etimologico del termine (scholé = tempo libero), se mai ne è esistita una veramente, si perde nella notte dei tempi, ormai non esiste più da molti secoli. Quella sì che è morta, ma è morta soprattutto nella mente istruita delle persone, che ormai non sanno più immaginarsi una società del tempo libero, senza scuola e senza autorità, senza competizioni e senza gerarchie, senza prigioni e senza polizie.
Non ci serve una nuova scuola, bensì la sua abolizione, ci serve la descolarizzazione del mondo. E' vero che facciamo tutti molta fatica ad abbandonare i dogmi, le credenze storicizzate e i pregiudizi, ma a un certo punto bisogna pur guardare in faccia noi stessi, i nostri secoli di storia e il tipo dis-umano che la scuola ha creato progressivamente nei secoli. Parlare di emancipazione mi sembra persino offensivo nei confronti dell'intelligenza, oltre che del buon senso. D'altra parte, so bene che è facile cadere nella trappola del riformismo, come se il disastro in atto non fosse dovuto a tutte le riforme ministeriali, ma oltre ad essere, il riformismo, una cosa comoda e vigliacca, utile solo al capitale, dobbiamo domandarci con chi avesse mai parlato Ivan Illich quando nel 1971 scriveva 'Descolarizzare la società', o quando John Holt respingeva categoricamente l'educazione con la quale - diceva - bisogna assolutamente farla finita. Due esempi tra gli altri, s'intende.
Anche le scuole libertarie, beninteso, se fanno di loro stesse il fine ultimo e non il mezzo, se cioè non riescono ad essere degli archi tesi attraverso cui gli individui prendono uno slancio vitale e si scagliano autonomi verso il proprio modo di sentirsi e costruirsi, diventano come quelle scuole democratiche, apparentemente libere, ma aventi sempre un controllo a monte, come le istituzioni che hanno come scopo finale se stesse, la loro perpetuazione. Quale dovrebbe essere, dunque, secondo il mio parere, il fine ultimo di una scuola libertaria? Mi sto occupando di questo argomento in altre sedi, forse un giorno vi dirò quello che penso in merito a questo argomento. Intanto grazie dell'attenzione, come sempre.

Corollario

'Negli anni ‘60, quando la mia prima figlia doveva iniziare il percorso scolastico, mi sono guardato intorno alla ricerca di una buona scuola, pubblica o privata, a cui affidare la mia amata bambina. Non sono riuscito a trovarne una in tutta Città del Messico. Alcuni amici si trovavano nella stessa difficile situazione. Allora ci siamo inventati la nostra scuola. Abbiamo fatto un meraviglioso cocktail, mescolando alla nostra creatività una grossa dose di Freinet, un po’ di Montessori, un po’ di Steiner e delle scuole Waldorf, un po’ di Summerhill, ecc. Era molto bello. Ogni anno aggiungevamo una classe, perché mia figlia potesse continuare gli studi. L’esperienza le piaceva. Ma quando lei ha finito le medie, abbiamo chiuso la scuola. A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo). Siamo dunque stati costretti a cercare percorsi alternativi'.
(Gustavo Esteva, da 'Senza insegnanti, descolarizzare il mondo' - Asterios Editore)

domenica 20 marzo 2016

Il 'merito' della scuola

La pedagogia del merito, o della competenza, o dell'efficienza, cioè la scuola come viene disegnata dallo Stato riforma dopo riforma, è un progetto molto inquietante che appartiene alla classe capitalista e che prende avvio a partire da un obiettivo preciso da raggiungere: formare coscienze e cervelli dediti esclusivamente alla costruzione di una società sempre più lontana dalla sua stessa libertà, dalla pace, dalla giustizia, dalla solidarietà, da tutto ciò che è (rimasto) umano. 
La continuità logica e strutturale tra tutte le riforme della scuola è sotto gli occhi di tutti, ormai. Un grande e nefasto obiettivo lo si raggiunge soltanto a piccoli passettini e grandi inganni, e queste sono le riforme! I nostri figli stanno attraversando una fase di addestramento scolastico particolare, che dall'Uomo Utile al sistema (ma forse ancora con qualche remora) conduce all'Uomo Utile al sistema che si autocontrolla e si autopunisce allorché devia dall'obiettivo. In una logica di meccanizzazione esasperata dell'essere ormai disumanizzato, dove l'alienazione ottocentesca viene superata da una più moderna e inquietante fidelizzazione all'estraneamento di sé, si viene a formare una società finalmente - questa sì! - hobbesiana, ma dove la brutalità conseguita sarà paradossalmente trasformata in etica, ed è questo il lavoro sporco che la pedagogia del merito sta facendo. La competizione non porta ad altro. 
Siamo purtroppo ben oltre il concetto di burattini comandati, si va verso la 'burattinizzazione' autocomandata e autocontrollata dagli stessi burattini. E' evidente che, in questa prospettiva, la scuola non potrà più dare spazio alle Arti, seppur in modo limitato, controllato e circoscritto come è adesso. Infatti in molti istituti superiori l'Arte semplicemente non è mai esistita, mentre, negli altri istituti, due ore settimanali sembrano già essere fuori luogo, qualcosa che toglie spazio alle 'materie più importanti', se non addirittura qualcosa di pericoloso. E pericolosa, l'Arte, lo è davvero per il sistema che è conservatore in sé! Perché parlare di creatività, di fantasia, cioè di 'altro', di qualcosa di diverso dal consueto (diverso anche dal terribile consueto che dovrà essere nel prossimo futuro) è diventato ormai nella scuola qualcosa di molto sconveniente per i docenti, soprattutto quelli più profondi che non si accontentano delle informazioni 'offerte' dai libri istituzionali, già totalmente ammansiti e censurati dell'elemento proprio dell'Arte: l'aspetto rivoluzionario, radicale, anarchico.
Ci stiamo avviando verso la costruzione di un futuro di sfruttamento molto scuro e triste, ancora più tragico di questo presente, siamo in piena rotta, e come in questo nostro presente io penso che la moltitudine di persone, domani, sarà persino fiera di vedere la sua propria efficienza disumana. Tutto 'merito' della scuola istituzionale, obbligatoria, di massa o, per essere più corretti, tutto 'merito' dei soldatini preaddestrati che già oggi, in qualche modo non ancora codificato (ma manca pochissimo), si autocontrollano e si autopuniscono con ferocia e, nell'addestrare i bambini ad obbedire alle autorità e alla morale comune, quindi al sistema, credono persino di svolgere il lavoro più bello del mondo.

sabato 19 marzo 2016

Questa cultura uccide la gioia!

Tutto ciò che è libertà è stato chiuso, cancellato, vilipeso, vietato, distrutto, attaccato, criminalizzato, in modo tale che un antico progetto antilibertario chiamato Stato potesse dichiararsi vittorioso, l'unico possibile. Ma a me duole di più constatare il fatto che l'immane e costante lavoro svolto da alcune menti interessate al progetto capitalista antilibertario sia riuscito a trasformare le vittime di questo progetto in premurosi ed efficientissimi artefici della loro stessa schiavitù. Ho parlato a volte di autopoiesi del sistema, il cui motore autoriproduttivo dei vari meccanismi autoritari è da ricercare nell'insieme dei valori e di conoscenze di cui questa nostra società è rimasta vittima, conoscenze spesso distorte, sicuramente parziali, settoriali e funzionali alla perpetuazione della società statuale. E' un'ingiustizia che si rifà continuamente, un ciclo vizioso che non troverà una fine finché le masse continueranno ad agire come tali, cioè in base a quell'unica visione del mondo calata dall'alto, data loro in pasto ogni giorno fin dalla tenerissima età: cultura autoritaria-militare-mercantile. Il riformismo non serve proprio a niente, anzi, fa il gioco della macchina del Dominio, è un travestimento gattopardesco buono solo per illudere le masse: abbiamo accumulato abbastanza Storia (troppa!) per poterlo affermare con veemenza. 
Anche l'educazione è diventata una parola troppo idolatrata, una di quelle parole che si tiran fuori quando si vuol ricevere un'approvazione conformista. Parola da troppo tempo svuotata del suo vero significato, retorica, solo stupida retorica che nasconde una tragedia immensa, quella dei tanti popoli soggiogati che si autocostruiscono le catene e se le difendono, per convinzione dogmatica: di quest'autocostruzione qualsiasi potere si giova, qualsiasi! Così, se ormai la libertà fa purtroppo paura ai moltissimi, se addirittura non si riesce più a concepire una vita senza padroni e bastoni, io vorrei dire che questa è una società di morti! e che no, per quanto mi riguarda, la libertà di vivere senza autorizzazione non mi fa paura, e come potrebbe? anzi, è la mia personale ricerca della 'joie de vivre'. Ma la mia libertà può compiersi soltanto quando anche gli altri sono liberi, non finisce affatto dove inizia quella degli altri, ma vi si compenetra in un'amplificazione reciproca che moltiplica l'estro vitale di tutte le parti in causa. In qualche parte del mio passato ho vissuto direttamente questo fenomeno umanissimo, dove la libertà è stata amabilmente condivisa, non limitata. Lo so, sembra assurdo ragionare in questi termini in una società autoritaria che si addestra ormai da sola all'autocostruzione dei recinti e all'amore per essi. Per me invece è assurdo pensare di essere liberi quando non lo si è affatto! Vorrei chiudere dicendo che queste parole non sono altro che rigurgiti casuali di momenti effimeri passati davanti a un computer. Non ho nessuna morale per alcuno. Solo saluti.

domenica 6 marzo 2016

Spesso il male degli esperti ho incontrato

Proviamo a immaginare una situazione dove vige una certa serenità, o comunque una non-necessità di modificare le cose. Nonappena si istituisce un esperto o uno specialista di quella data situazione, immediatamente compaiono i problemi da dover risolvere, e anche in fretta, pena sicuramente qualche cosa! emerge cioè il bisogno di riformare quella data situazione, anche se nessuno prima sentiva effettivamente la necessità di farlo. Guardiamo ad esempio il nostro pc, il tavolo dove è poggiato (il primo esempio che mi viene in mente adesso, ma il paradigma si applica ormai a tutto ciò che è società istituzionalizzata), tuttosommato il nostro tavolo ci piace, gli oggetti intorno sono disposti in modo forse casuale ma perfettamente funzionale ai nostri effettivi bisogni, al nostro gusto estetico, rispondono ad esigenze assolutamente personali, pratiche, e siccome siamo ormai adulti, non più dei bambini in perenne stato coercitivo, del nostro caos sul tavolo non ne dobbiamo rispondere a nessuno. Certo, sul mio tavolo-da-pc adesso c'è della polvere, anche il pc è impolverato, e la cosa non dico che mi faccia esultare di gioia, ma questa polvere posso ben toglierla da solo, quando voglio io, se lo voglio, anche perché non dà fastidio a nessun altro. Ma ora istituiamo un 'esperto di tavoli-da-pc', diamogli anche una laurea in modo tale da riconoscerlo tutti come 'esperto di', e vedremo immediatamente che costui o costei, riguardo al nostro tavolo, dovrà trovarci per forza qualcosa da modificare, dicendoci che altrimenti, se dovesse rimanere così com'è, unico e libero, sarebbe un problema per qualcuno o un pericolo per qualcosa.
Paradossalmente e inevitabilmente, come ha ben evidenziato quella mente gigante di Ivan Illich nelle sue pregevolissime analisi sociali, là dove si istituisce un 'esperto-di-qualcosa' nascono purtroppo i problemi. Se l'esperto non inventa o non trova qualche problema 'di sua esclusiva competenza', questo esperto non avrebbe alcun motivo di esistere. Ergo... E se prima tu stavi tanto bene col tuo personalissimo tavolo-da-pc, adesso, poiché riconosci l'esperto come tale, ti convinci di aver bisogno di risolvere urgentemente quel dato problema fatto emergere dall'esperto. Non si scherza, quell'esperto è un laureato, e quindi sa bene cosa serve alla nostra vita davanti al pc! L'istituzione provvederà, se non lo ha già fatto in precedenza in previsione di creare a bella posta l'esperto dei tavoli-da-pc, a scrivere una legge specifica che punisce i trasgressori o i dissidenti dei tavoli-da-pc. (La legge calata dall'alto non è tale se non punisce o terrorizza chi la deve rispettare. Che volete farci? noi non abbiamo una coscienza o un'etica, nemmeno una volontà nostra, ci servono altre persone come noi a guidarci col terrore e la forza. E siamo sempre e solo noi a dare a un pugno di persone il diritto di esercitare la forza su di noi. Incredibile, no?). Allora, dicevo, la legge unificherà, omologherà tutti i tavoli-da-pc, ne deciderà persino la dimensione e il colore, il numero massimo di oggetti che possono stare sul piano, la loro disposizione... la legge ti imporrà quindi, per la tua sicurezza e il tuo bene (dice), un ordine ben preciso deciso da qualcuno che non sei tu, che non può avere le tue stesse esigenze, un ordine che non risponde più ai tuoi bisogni effettivi, e tu, da quel momento, potrai fare solo due cose: adattarti alla legge e all'omologazione sociale, rinunciando alle tue vere esigenze e alla tua stessa personalità, unica al mondo, e trasformandoti presto anche tu - ahimé - in un 'agente dell'ingiustizia'* che denuncia il suo vicino di casa per il suo tavolo fuori legge, e gli farai persino la guerra in nome della legalità e dell'educazione, oppure sarai fiero di essere etichettato come dissidente, rivoluzionario, eretico, sovversivo, criminale, sabotatore, disertore... Mi auguro che la metafora sia chiara, come la morale.
Mi ricordo gli scritti di Errico Malatesta quando parlava del rapporto indissolubile tra organo e funzione in riferimento agli esperti della violenza istituzionale: 'Organo e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione, o l'organo muore o la funzione si ricostituisce. Mettete un esercito in un paese in cui non ci siano né ragioni né paure di guerra interna o esterna, ed esso provocherà la guerra, o, se non ci riesce, si disfarà. Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare, inventerà i delitti e delinquenti, o cesserà di esistere'.
Con ciò non sto disconoscendo le competenze di qualcuno o di qualche categoria di professionisti, sia chiaro, dico solo, come dice Illich, che l'istituzionalizzazione anche delle competenze specifiche è sempre nefasta nei suoi scopi reconditi e funzionali soltanto alla società capitalista. Viva dunque tutte le competenze, ma libere da qualsiasi obbligo sociale e legale! Niente imposizioni! Se nei paraggi si trova adesso qualche esperto di tavoli-da-pc, sappia che lo interpellerò soltanto quando ne sentirò davvero l'esigenza. Per ora sto benissimo così: nessun problema sul mio tavolo. E di ciò che mi riguarda da vicino, che è la mia stessa vita, sono io il più esperto tra tutti i sedicenti esperti, siano essi laureati o no. Spero sia chiaro anche questo concetto.

* A causa del rispetto della legge, perfino le persone oneste sono quotidianamente trasformate in agenti dell'ingiustizia' (Henry David Thoreau)