Una citazione al giorno

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giovedì 31 maggio 2012

William Godwin: sui danni cagionati agli studenti da parte dello Stato

William Godwin è stato un pensatore inglese vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, precursore del pensiero anarchico in età moderna. In qualità di pedagogista, Godwin è stato il primo a segnalare e a denunciare la pericolosità del controllo statale sull'educazione dei giovani, segnatamente nelle scuole.
Da 'Enquiry Concerning Political Justice', trascrivo le seguenti righe, che sono state opportunamente riportate anche nel libro di Colin Ward 'Anarchia come organizzazione'. Godwin parte da una domanda:

Se l'educazione della nostra gioventù sarà affidata interamente alla saggezza dei genitori, o alla casuale benevolenza di privati, non si avrà come necessaria conseguenza che alcuni saranno allevati alla virtù, altri al vizio, e altri ancora saranno totalmente trascurati?
I danni di un sistema di istruzione pubblica derivano, in prima istanza, dal fatto che tutte le istituzioni dello Stato includono in sé l'idea di conservazione... l'educazione pubblica ha sempre speso energie nel sostegno del pregiudizio; insegna non il coraggio morale di portare ogni affermazione alla prova dell'esame, ma l'arte di sostenere princìpi che sono stati casualmente stabiliti in precedenza... Persino nella insulsa istituzione delle scuole domenicali, i principali insegnamenti sono una venerazione superstiziosa della Chiesa anglicana, e l'inchinarsi a ogni persona che abbia un giubbetto elegante...
In seconda istanza, l'idea di una scuola statale nasce da una scarsa conoscenza della natura della mente umana. Qualsiasi cosa un uomo faccia per se stesso, questo è ben fatto; qualsiasi cosa il suo prossimo o il suo Paese si incarichino di fare per lui, questo è male... Colui che studia perché desidera imparare, presterà attenzione agli insegnamenti che riceve e comprenderà il loro significato. Colui che insegna perché desidera insegnare, assolverà il suo compito con entusiasmo ed energia. Ma quando una istituzione politica si incarica di assegnare a ciascun uomo il suo posto, tutti svolgeranno le loro funzioni con indifferenza e passività...
In terza istanza, il progetto di una scuola statale dovrebbe comunque essere combattuto nella previsione di una sua inevitabile dipendenza dal governo centrale... Il governo non perderà l'occasione di strumentalizzarla per rafforzarsi e perpetuare le sue istituzioni... Il loro scopo come organizzatori di un sistema di istruzione sarà senza dubbio analogo al loro scopo nell'esercizio del potere politico...
Queste parole sono state scritte nel 1793. Sarebbe bello se gli odierni insegnanti si rendessero conto che da allora non è stato compiuto nessun passo avanti in senso di autonomia e centralità della persona (cosa di cui la scuola si vanta di perseguire, ipocritamente), al contrario, tutto è rimasto modellato sul sistema autoritario e subdolamente conservato. Invito pertanto i miei colleghi a ragionare sull'esattezza dell'affermazione di Godwin: 'i danni di un sistema di istruzione pubblica derivano, in prima istanza, dal fatto che tutte le istituzioni dello Stato includono in sé l'idea di conservazione'.

martedì 29 maggio 2012

Parlando con due bambini di sette anni

A chi stiamo passando il testimone del futuro dell'umanità se non a coloro che oggi siedono a scuola? E come potrà mai cambiare questa società ingiusta (ammesso che la si voglia cambiare, ammesso che la si trovi ingiusta) se ci ostiniamo a inculcare al bambino gli stessi modelli e le stesse conoscenze che abbiamo assorbito noi adulti, nostro malgrado? Se noi, nella nostra presunzione di giustizia e di sapienza, continuiamo a imporre ai bambini l'identica matrice che ci ha forgiati, è evidente che dalla madre-forma uscirà sempre la stessa forma. Perché illudersi ancora, dopo tremila anni di Storia, che da un modello di forma X si debba generare una forma diversa da X? L'errore di fondo è poi credere che il bambino abbia davvero necessità di 'madre-forme', dovrebbero essere piuttosto gli adulti a ri-formarsi imparando dalla forma-bambino, riadattandosi ad essa. Troppo avvilente? Sacrilego? Indisponente? Impertinente? Se proprio non si vuol ammettere che un bambino possa inseganre all'adulto, non sarebbe allora il caso di cominciare a ripristinare i modelli e i valori che hanno caratterizzato il genere umano prima della nascita degli Stati e del loro connesso sistema capitalistico-guerresco-gerarchico-competitivo-autoritario?
Come forse qualcuno sa già, parallelamente al mio 'lavoro ordinario' nelle classi medie, sto indirizzando i miei studi e le mie osservazioni verso i bambini delle elementari. Faccio quel che posso, nel senso che sfrutto le mie ore-buca per andare nelle aule dove vengono rinchiusi i più piccoli, con i quali parlo, se e quando essi lo desiderano. Ecco un breve dialogo intercorso ieri in una classe seconda elementare. Se tutti i bambini rispondono come hanno risposto Franco e Maria, capirete per quale motivo il futuro dell'umanità ha ben poche possibilità di cambiare in meglio. I due bambini hanno 7 anni.

Ero seduto a terra, zitto, con le spalle appoggiate al muro. Osservavo attentamente i bambini nell'aula, stavano a gruppetti. Uno di loro, Franco, si avvicina a me e esordisce così:
- Lo conosci Batman?
- Certo che lo conosco, conosco anche Robin.
- Lo sai che a me piace Batman?
- Perché ti piace?
- Perché è un super eroe.
- A me non piace Batman.
- Perché?
- Perché è un super eroe.
- Perché?
- Perché a me piace la gente semplice, quella che costruisce le case, quella che aggiusta le sedie, quella che coltiva la frutta che stai mangiando, la gente di tutti i giorni.

(qualche secondo di silenzio, poi Franco 'cambia' discorso)

- Lo sai che io a casa ho i videogiochi?
- Io no.
- Perché?
- Non mi piacciono i videogiochi, preferisco giocare con altre cose.
- E con che cosa giochi?
- Con le cose vere, per esempio mi piace la trottola. Mi piace giocare con i colori, mi piace toccare il legno, mi piace suonare la chitarra, mi piace arrampicarmi sugli alberi, mi piace giocare con la sabbia del mare.
- Io a casa ho tanti videogiochi.
- Quale videogioco ti piace di più?
- Quello dove devo difendere il castello dai nemici. Ma tu sei un maestro?
- No, sono una persona.

(nel frattempo arriva Maria e il dialogo adesso è solo con lei)

- Lo sai che io sono famosa?
- Sei famosa? E perché?
- Perché mi hanno messa sul giornale. Mio padre ha comprato il giornale e mi ha chiamato e mi ha fatto vedere che c'era il mio nome. Sono famosa e da grande voglio fare l'atleta famosa.
- E cosa vuol dire 'sono famosa'?
- Che sono importante.
- E cosa vuol dire essere importanti?

(silenzio, ci pensa)

- Che tutti mi conoscono.
- Io non sono famoso, però mi conoscono in tanti lo stesso. Forse essere importanti vuol dire che sei come un capo. Ti senti come un capo?
- Sì.
- E cosa vuol dire essere un capo?
- Che comando tutti.
- Vuoi comandare tutti?
- Eh, così tutti fanno quello che voglio io.
- Sei contenta di essere famosa perché così puoi comandare tutti?
- Sì.
- E non pensi che gli altri possano soffrire se li costringi a fare quello che non vogliono fare?

(si alza e se ne va)

A sette anni il modello autoritario è già innestato e ben delineato, sia in Franco, sia in Maria. L'ambiente familiare, la cultura teleimposta e quella borghese, nonché l'ambito scolastico (che hanno tutte almeno tre elementi in comune: l'autoritarismo, la competizione e la disciplina) hanno già formato il loro carattere, gli hanno già dato la piega voluta dal sistema. Se il modello autoritario e competitivo assorbito dai due bambini trova riscontro anche nei comportamenti e nei pensieri degli altri bambini, non dovremo aspettarci un cambiamento dell'umanità in senso cooperativo e pacifico, ma in quello ancora più sperequativo, gerarchico e aggressivo. La mia osservazione non si limiterà a quesi casi, peraltro già da altri ampiamente documentati, ma da qui devo partire se voglio arrivare alla chiusura di tutti i cerchi in merito alla metodologia del sistema statalizzato, ed avanzare in quelle analisi che rafforzano le ragioni e le urgenze della pedagogia libertaria, al fine di adattarla ad un presente sempre in divenire (verso il peggio).

lunedì 28 maggio 2012

Simone lascia la scuola!

Oggi ho ricevuto una bellissima notizia da Simone: tra pochi giorni lascerà la scuola e anche la comunità dov'è stato rinchiuso, e tornerà in seno alla sua amata e lontana famiglia. Ora, io non so quanti dei lettori di questo blog si ricordano di Simone (nel caso potete cliccare qui), ma coloro che hanno una buona memoria sapranno anche il motivo della mia gioia.
Arrivo a scuola, già le 11, non mi accorgo di Simone ma lui di me sì, quindi mi corre incontro e mi abbraccia, solo il tempo per dirgli 'ciao' e subito mi annuncia: 'a fine mese non verrò più qui'. Uno sguardo d'intesa e ce ne siamo andati subito in cortile a parlare di questa magnifica notizia. Simone mi ha spiegato che il motivo risiede esclusivamente nel fatto che la comunità dove è stato rinchiuso non riceve più i soldi dal Comune, e dato che quella comunità stava in piedi solo per Simone (di fatto l'unico recluso), il Comune ha chiuso quel lager. Quindi alla base di questa notizia non c'è una decisione presa per motivi umani e pedagogici, ma meschinamente economici. E infatti gli esseri umani non sono considerati tali dalle istituzioni, ma pedine e servi del sistema economico capitalistico. Però quando all'inizio Simone era stato rinchiuso in quel lager, i 'servizi sociali' e la scuola avevano addotto propositi educativi ('lo facciamo per il suo bene'). Naturalmente erano tutte scuse. E' sufficiente che una persona si configuri come un intralcio economico alle istituzioni perché queste si scordino delle loro ipocrite 'promesse di protezione' (proprio come la favoletta della 'sicurezza'). Le autorità e le istituzioni sono 'solo chiacchiere e distintivo'. Ma tutto torna a favore di Simone, perché non c'è mai stato nessun principio umano in quella comunità, men che meno valori educativi, esattamente come a scuola.

In subordine è successo che:
1) il Comune chiude la comunità per questioni economiche.
2) la comunità non può più accompagnare Simone a scuola.
3) Simone non è più vincolato alla comunità, né alla scuola.
4) Simone ritorna ai suoi lontani genitori.

(Quindi tutto si presenta come all'inizio di questa brutta storia, solo con un Simone annichilito e alienato dalle mille coercizioni subite e dalla mancanza di affetto dei genitori. Complimenti alle istituzioni ipocrite che si ergono a tutrici del bene umano!)
Poi è sopraggiunta la tristezza di non vedersi più, ma anche questo fa parte della libertà e del viaggio della vita di ogni persona. Simone mi ha detto che ci si potrà tenere in contatto via internet. Ci sarò.

giovedì 24 maggio 2012

Studiare e imparare

C'è un'enorme differenza tra studiare e imparare. A scuola si studia, cioè si pretende che il bambino o il ragazzo ingoi a forza le cose, costretto da un'autorità, anzi da più di una. Ma questo atto coercitivo genera necessariamente odio da parte dello studente nei confronti del sapere scolastico e della scuola, un senso di forte repulsione. Almeno il 99% degli studenti percepisce la scuola noiosa, faticosa, orribile, uno sforzo di cui farebbero volentieri a meno. Non è colpa dei ragazzi, anche se gli insegnanti questo continuano a non capirlo, perché anche loro hanno subìto lo stesso processo di normalizzazione e di formazione coatta, e più un ragazzino è svogliato o insofferente nei confronti della scuola, più gli insegnanti tradizionali pensano che sia necessaria una più severa 'scolarizzazione'. Conoscere le cose è uno dei processi naturali e vitali di ogni essere vivente, ma questo processo a scuola diventa persino atto sistemico omologante, quindi profondamente ingiusto, violento e innaturale.
Imparare è un'altra cosa, è la gioia di conoscere in maniera naturale, ognuno secondo i propri ritmi, secondo i propri tempi, secondo i propri desideri e le proprie modalità. Ed è il gioco che conduce spontaneamente alla conoscenza delle cose, gioco inteso come condizione libera dell'individuo, naturale, non soggetta a costrizioni o a leggi autoritarie da parte di qualsivoglia autorità, docente, genitore o 'adulto' che sia. Per cui nel gioco tutto diventa piacere, anche imparare. I colleghi insegnanti ('adulti, quindi seri') troppo spesso confondono il concetto di 'gioco' e capiscono un'altra cosa, credono cioè che sia sufficiente trasformare un'informazione in un momento ludico prestabilito, preorganizzato, pre-pensato, magari facendo una battuta o trasportando quella nozione sul piano degli esempi figurati, drammatizzati, scenici. Quei colleghi dovrebbero sapere che non è sufficiente far scattare il sorriso collettivo, l'educatore non dovrebbe essere un duce sul pulpito dell'adunata che lavora di psicologia, gli studenti finiranno molto presto per capire la sua menzogna scenica, capirebbero -e capiscono- che la nozione viene calata sempre dall'alto, che viene comunque imposta, e in quel teatro il docente si aspetta comunque (pretende) che tutti -come prima- sappiano quella nozione in quel dato modo, in quel preciso momento, nell'identica struttura normalizzante e uguale per tutti, seppur sorridendo. Il gioco, invece, rispetta la diversità naturale di ogni individuo predisponendolo all'apprendimento in modo spontaneo. Certo, per il gioco occorre tempo libero, cosa che l'umanità si è lasciata rubare. Tempo libero, altrimenti detto scholḗ, ovvero scuola.

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mercoledì 23 maggio 2012

Quel che conta

Che strano vuoto intorno, lunare, freddo, azzurro, opaco, nessuna voce, nessuna presenza. Mi riferisco al vuoto-web dei miei colleghi, delle mie colleghe; ma non i colleghi di cui è strapiena la società, non quelli che vedo tutti i giorni a scuola, mi riferisco invece agli educatori libertari. Magari l'avevate già capito. Proprio per il fatto che siamo ancora così pochi dovremmo quantomeno lanciarci delle voci: 'hey, io sono qui, e tu? Cos'hai fatto oggi in classe? Hai avuto problemi? Mi dài un consiglio? Che ne pensi di questo disegno'? Invece il silenzio. Ma più di questa umana esigenza relazionale, potrebbe l'urgenza o la priorità di mettere in rete quanti più nostri contributi al fine di divulgare la pratica pedagogico-libertaria. Forse più che di contributi dovrei parlare di con-tributi, perché se è vero che gli insegnanti libertari esistono, è altrettanto vero che questi hanno forse finito per assumere l'esclusiva sembianza di un libro. Va benissimo, ma un po' di divulgazione della nostra pratica anche in rete non guasterebbe. Non mi si fraintenda, non lo dico per far piacere a me personalmente (anche se non disdegnerei imparare dai colleghi), ma proprio per quell'urgenza di cui sopra, per quella necessità gridata dalla comunità, dai bambini, dalla società normalizzata e beffata dalla sua stessa autorità.
Aver sentito da parte mia l'esigenza di aprire questo blog-diario rispondeva anche (sottolineo anche) alla necessità di compartire le esperienze e di confrontarle, ma vedo che questo risulta difficoltoso. Per conoscere quel che fanno i miei colleghi libertari a scuola devo andare in libreria. Va bene, ma quale logica ci sia dietro non riesco a immaginare, se quella del profitto tout-court, o quella del 'muoviti, fai un salto in centro che ti fa bene', o quella che 'l'esperienza è mia e non la regalo a nessuno'. Non importa. Anzi, non m'importa. Sono contento -e anche tanto- per questo blog da cui qualcuno so che attinge per i suoi esercizi di libertà, ne vado fiero; e se sono contento anche per i miei colleghi associati-italiani-autori-editori, lo sono molto meno per il mancato senso tutto libertario e anarchico della condivisione aperta, libera, utile a tutti, per il bene di tutti. Una volta una mia collega 'regolare' mi aveva chiesto come si svolgessero le lezioni in una scuola libertaria ('in maniera pratica', insisteva a chiedere), e io non avevo neanche capito che quella che per me era una domanda alquanto illogica, invece nascondeva un'esigenza assolutamente comprensibile, quella che tutti i non conoscitori della pedagogia libertaria hanno. Ma cosa dovrei dire a quella mia collega, oggi? Scusa, amica mia, posso solo dirti quello che faccio io in classe, ma di ciò che fanno gli altri miei colleghi libertari non ne so nulla? Sì, le dico così, o tutt'al più le suggerisco qualche libro.
Senonché, mentre riflettevo su quest'assenza-web del tutto legittima da parte dei colleghi libertari, mi ricordavo anche di un articolo apparso su Umanità Nova, e allora certe sfumature sono diventate tratteggi più precisi, proprio come una rete, ma di un'elasticità troppo simile alla gomma.
Per carità, nessuno obbliga nessuno, è assolutamente possibile che il mio blog non interessi ai colleghi libertari, e poi, davvero, per quale motivo essi dovrebbero interessarsi ai miei esercizi e ai miei pensieri? Sembrerò forse intristito e disilluso, non so in quale chiave mi stiate leggendo, invece sono contento -e dico sul serio- di questo blog, dei miei studenti, dei lettori che mi seguono, sia qui, sia su facebook, sono felicissimo del fatto che io condivida con gli altri ciò che faccio e ciò che penso, senza scontrini di mezzo. Oggi so che il mio lavoro ha ancora più valore poiché, oltre ad essere clandestino e 'in direzione ostinata e contraria', oltre a procurarmi continue soddisfazioni, viene svolto in esemplare e assoluta autonomia. Io e i miei amabili studenti. Stop. Forse è ciò che conta davvero.

lunedì 21 maggio 2012

All'inizio del bivio

Comincio adesso uno studio più approfondito e diretto che riguarda la relazione tra i bambini delle elementari e quelli delle medie, una relazione non certo interpersonale (che nelle scuole tradizionali non esiste, purtroppo). Mi prefiggo sostanzialmente di individuare, nella scuola dove insegno, il momento in cui il sistema scolastico comincia ad agire col suo progetto (occulto) di normalizzazione dell'individuo, cioè quando la scuola comincia a distruggere l'autostima e a innestare il senso di paura. Oggi ho cominciato ad osservare i bambini di 6 anni. Quello che però è balzato immediatamente agli occhi è stato lo sguardo stupito e allarmato delle mie colleghe che non capivano (manco fossi stato un alieno) per quale motivo un insegnante delle medie fosse lì alle elementari. Ecco, quegli sguardi allarmati delle colleghe insegnano tanto ai bambini, in male ovviamente.

venerdì 18 maggio 2012

Esonda il fiume: che fare?

Quello di oggi è stato un esercizio basato su un ipotetico problema da risolvere con il contributo di tutti e per il bene di tutti. Le soluzioni vengono analizzate e discusse. Alla fine si sceglie la soluzione ritenuta più saggia e proficua, e si traggono le conclusioni.
Entrando nel merito, oggi il problema è stato il seguente: abitiamo tutti al villaggio di Lapillodoro. Il nostro villaggio è stato inondato dalle acque del fiume che nella notte ha tracimato in maniera violenta e inaspettata. I danni sono stati ingenti, l'acqua ha travolto i piani bassi delle case, ma non ci sono state vittime tra le persone, ogni orto è stato spazzato via. Il danno maggiore lo ha avuto l'unica fattoria del villaggio. Questa fattoria, trovandosi in prossimità del fiume, ha ricevuto l'ondata di piena con molta violenza, molti animali non ce l'hanno fatta, solo il mulo e due mucche si sono salvate, le mangiatoie non esistono più, tutto il fieno è disperso ed è mischiato al fango, il trattore è fuori uso, fango e pietre ricoprono ogni cosa fino a un metro di altezza. Giovanni il fattore è disperato, ma anche tutta la comunità, perché la fattoria garantiva a tutti cereali, latte, formaggio, uova, pollame, ecc. Che fare?

Qualcuno dei ragazzi ha cominciato a esporre la sua soluzione.
  1. Aiutiamo il fattore a ripulire e al contempo puliamo anche le nostre case.
  2. Andiamo tutti ad aiutare il fattore.
  3. Raccogliamo tra di noi i soldi e ricompriamo sia gli animali, sia gli attrezzi della fattoria.
  4. Mio papà fa il muratore e il papà di Luca è elettricista. Loro possono aiutare.
  5. Mia mamma ha il ristorante, possiamo fare da mangiare.
Ma i ragazzi, che sono ancora umani, non hanno giustamente badato a un 'particolare' che è invece prerogativa degli adulti incancreniti nel modello autoritario. Quindi ho posto loro il primo ostacolo, quello della proprietà privata. Ho detto ai ragazzi che alcune persone, constatata la buona condizione della loro casa, accetterebbero sì di aiutare il fattore a pulire la fattoria, ma non di contribuire economicamente all'acquisto di ciò che gli serve. 'In fondo -dicono quelle persone- la fattoria appartiene al fattore, e dev'essere lui a preoccuparsi dei suoi attrezzi, come noi ci preoccupiamo da soli di comprare gli attrezzi per la cura dei nostri frutteti che, anche quelli, servono per rifornire tutti di frutta al mercato'.
Come si fa?

Risposte.
  1. Non si dovrà più permettere a quelle persone di acquistare i prodotti del fattore.
  2. Quelle persone potranno acquistare i prodotti del fattore solo dopo un certo periodo di tempo.
  3. Quelle persone potranno acquistare tutto dal fattore, ma chi ha contribuito economicamente ad aiutare il fattore non dovrebbe comprare la frutta di quelle persone.
  4. Si parla con quelle persone e si cerca di convincerle.
  5. Quelle persone possono continuare a beneficiare dei prodotti del fattore, come hanno fatto sempre, questo può insegnare loro il senso del bene comune, però una sgridatina ci vorrebbe.
Dato che i ragazzi non sapevano cosa decidere tra le ultime due risposte, ho ritenuto doveroso aiutarli dicendo che poteva essere scelta più di una soluzione, e alla fine hanno deciso come segue: parliamo con quelle 'persone proprietarie' e, se non dovessero convincersi, diciamo loro che potranno lo stesso beneficiare di tutti i prodotti della fattoria, esattamente come facevano prima. In questo modo nessuno si priverebbe di nulla, ma 'i proprietari' verrebbero spronati a considerarsi 'in debito' nei confronti della comunità.
Risolto questo problema, rimaneva ancora quello della fattoria distrutta. Sì, perché a parole sembra tutto facile e risolvibile, in realtà ho posto ai ragazzi il più grosso dei problemi: l'autorità costituita. Il villaggio ha un sindaco, il quale, dopo aver dichiarato lo stato di calamità naturale, deve attendere istruzioni precise, un'équipe di tecnici venuti da Roma per le analisi dei danni, il sopralluogo dei pompieri, le maestranze per il transennamento, la protezione civile, e cosa più importante i soldi dallo Stato. Il sindaco ci ordina di non fare nulla e di attendere, possiamo solo togliere il fango dalle nostre case, ma solo dopo l'ispezione dei pompieri e l'ok della protezione civile. Passano i giorni e nulla si muove, andiamo avanti solo grazie agli aiuti degli abitanti delle città vicine, il sindaco emette ordinanze restrittive 'per la sicurezza dei cittadini', ma i soldi pubblici rimangono bloccati e i lavori, che erano stati affidati in appalto a una ditta sconosciuta, non partono. Di fatto, non possiamo più agire come avevamo deciso, e siamo obbligati a subire passivamente gli ordini di tutte quelle autorità.
A quel punto ho visto nella classe le smorfie di sdegno da parte di tutti, alcuni si sono lamentati vistosamente. Ho detto ai ragazzi che è quel che accade normalmente. Alla fine ho chiesto loro: a cosa serve l'autorità? Mi hanno risposto: 'a creare problemi alla gente'.

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