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mercoledì 28 ottobre 2026

Illuminismo: il potere cambia solo vestito.

 


 Se oggi dicessimo 'peste e corna' dell'Illuminismo, la maggior parte delle persone si indignerebbe. Non per caso: la scuola di massa ha indottrinato intere generazioni di studenti convincendoli della bontà di un periodo storico (Illuminismo / Neoclassicismo) che, secondo la mitologia didattica, ci avrebbe donato i concetti di libertà, uguaglianza e fraternità, traghettando l'umanità sulla via della razionalità e, con essa, alla cancellazione dei dogmi religiosi e delle strutture sociali dell'ancien régime. 

Come sempre, però, quando ci si scontra con il dato verificabile, anche questo bastione crolla miseramente. L'Illuminismo è stato, a dispetto del proprio nome, uno dei periodi più oscuri, tetri, violenti e autoritari di cui si abbia memoria. In nome della ragione si sono compiute violenze inaudite, si sono progettate prigioni come il Panottico, si sono costruite macchine per uccidere in modo scientifico, si sono sterminati popoli in nome di princìpi etici che si proclamavano incrollabili e assoluti, ecc. 

Varrebbe la pena di leggere o rileggere 'Dialettica dell'illuminismo' di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno per rendersi conto di come quel secolo di sedicenti 'menti illuminate' non abbia fatto altro che mantenere il vecchio potere, solo rivestendolo di un abito più accattivante, riformista, democratico, invocando la solita libertà che nessun potere - è ovvio - potrà mai concedere ai popoli, essendo proprio il potere a toglierla. 

La cosa più inquietante, a nostro avviso, è vedere persone abbeverate di cultura scolastica esultare di fronte all'Illuminismo e vantarsi perché, dicono, la società odierna ne sarebbe erede. E' vero, siamo eredi di quel periodo, ma noi non ce ne vantiamo affatto, a ragion veduta! Max Horkheimer e Theodor W. Adorno sostengono - e la realtà dà loro ragione - che il pensiero illuministico, nato per liberare l'uomo dalla paura e dalla natura, si sia trasformato in un sistema di dominio totale e strumentale. Questa ambivalenza si manifesta chiaramente in fenomeni storici drammatici come il totalitarismo e l'antisemitismo, visti non come deviazioni, ma come esiti della repressione delle passioni umane. Inoltre, il testo 'Dialettica dell'illuminismo' critica la cultura di massa e l'industria culturale quali strumenti di omologazione che riducono gli individui a consumatori passivi. Come dare torto ai due filosofi? Sono concetti ripresi e rilanciati da Pasolini, anche nella sua critica alla scuola dell'obbligo.
 
Noi vi invitiamo, come sempre, a liberarvi anzitutto dei luoghi comuni, degli insegnamenti della scuola che sono quelli che il sistema vuole che le masse introiettino, non per liberarle (sarebbe un paradosso), ma per renderle ingranaggi docili del sistema e mantenerle tali. E per diventare ingranaggi o soldatini lo si può fare soltanto con un tipo preciso di cultura. La nostra. E con la scuola di massa.


mercoledì 21 ottobre 2026

La scuola che ti chiama e tu ti giri, non ti insegna a pensare: ti interpella!

 


Sapete che cosa è l'interpellazione? 
Negli stessi anni in cui Ivan Illich scriveva il suo 'Descolarizzare la società', il filosofo francese/algerino Louis Althusser, anche lui, dissezionava la scuola, svelandone gli strumenti occulti che la rendono maestra di autoritarismo e uno strumento potentissimo del Capitale, uno strumento che agisce nascondendo i suoi veri scopi per mezzo di una narrazione mitologica piena di formule retoriche che non hanno alcun riscontro nella realtà. 
Questo meccanismo viene svelato da Althusser nel saggio 'Ideologia e apparati ideologici di Stato' (1970), in cui appare per la prima volta la parola 'interpellazione', nome dato al processo per cui l'ideologia autoritaria produce il soggetto autoritario. La scuola, scrive Althusser, è il luogo privilegiato dove l'interpellazione opera nelle società capitalistiche, e il legame è duplice: 

1) La scuola come 'fabbrica' di soggetti interpellati. 
Althusser accusa la scuola proprio perché agisce sui bambini negli anni di maggiore vulnerabilità (dall'asilo in poi), quando l'individuo è stretto tra due apparati (Famiglia e Scuola) che si coordinano. E' lì che l'interpellazione diventa più intensa e prolungata: per anni, l'individuo viene chiamato in un ruolo (pre)stabilito (allievo, studente, cittadino in formazione, contribuente, elettore, suddito produttore) e, nel rispondere a quella chiamata, si costituisce come soggetto - solo apparentemente libero - che accetta il proprio posto.

2) I rituali scolastici come pratiche di interpellazione. 
Vedete, l'interpellazione non è un'idea che si 'riceve', la questione è ahinoi molto più sottile e impercettibile: l'interpellazione si incarna in pratiche e rituali materiali che la scuola impone in modo ripetitivo: alzare la mano, rispondere al proprio nome, presentarsi, rispettare l'orario, la gerarchia insegnante/allievo, accettare la valutazione come misura del proprio 'valore', imparare a obbedire alle regole come se fossero naturali, competere per ottenere un premio, eccetera.  Ogni volta che uno studente compie uno di questi atti, rinnova il proprio riconoscimento come soggetto interpellato. Non si persuade che il sistema è giusto, semplicemente agisce come se lo fosse, e in quell'azione si crea da sé, cioè si produce come soggetto dipendente in grado di funzionare da solo. 
C'è qualcosa di ancora più sottile e invisibile di questo? Purtroppo sì. La scuola si presenta come ambiente laico, neutro, oggettivo (la mitologia scolastica fa credere che la scuola sia il luogo - persino l'unico - dove si impara a ragionare, e addirittura a farlo con la propria testa, quando fa esattamente il contrario). Questa rappresentazione di neutralità è ciò che rende l'interpellazione invisibile: il soggetto non sa di essere interpellato, crede di essere libero. E' esattamente il meccanismo del poliziotto che grida 'Ehi, tu!': il soggetto si gira da solo, convinto di essere libero di girarsi, e in quel gesto si assoggetta.
Althusser scrive che nelle formazioni capitalistiche mature l'apparato ideologico di Stato dominante è la scuola, che ha rimpiazzato la Chiesa nel suo ruolo, affiancata dalla famiglia (coppia Scuola-Famiglia al posto di Chiesa-Famiglia) e che assicura la riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici.

giovedì 15 ottobre 2026

Maria Montessori: il 'metodo' che fabbrica caporali interiorizzati

Una pedagogia falsa, come le altre



«Nei nostri bambini il grado di sviluppo raggiunto è tale che l'insegnante è subito ubbidita qualunque cosa comandi» 
(Montessori, il metodo, Garzanti, 2023, p. 242). 

Basterebbe la frase scritta qui sopra, a nostro giudizio, per riassumere tutto l'operato di Maria Montessori e scovare il vero obiettivo finale dei suoi intenti, senza neppure dover scomodare molte altre sue dichiarazioni, anche più inquietanti. E sapeste... quanto vorremmo mettere in fila tutti i suoi pensieri contorti e pericolosi! ma sarebbe un elenco troppo lungo per un post su un blog. Scegliamo invece di dare un taglio critico, proprio a partire da ciò che la Montessori andava affermando e scrivendo. Di quei pensieri ne citeremo solo alcuni, via via, a supporto della nostra critica che, si badi bene, non è isolata: molti intellettuali e pedagogisti hanno preso le distanze da un metodo educativo assai subdolo e autoritario. E siamo generosi.

Chi ha letto Il Metodo Montessori dalla prima all'ultima pagina (non i riassunti, non gli slogan, non i post Instagram, non i claim delle scuole paritarie, non le dichiarazioni interessate...) si sarà accorto di uno scollamento tra ciò che vi è scritto e ciò che di quel metodo si dice comunemente. Purtroppo, il Metodo Montessori, oggi, è creduto come si crede a un idolo. Non si discute, non si verifica, non si sottopone ad alcun esame: si adora e stop, a prescindere. E questo non accade per una scelta consapevole, ma perché il consenso istituzionale, mediatico e accademico ha costruito attorno a quel nome un monopolio discorsivo, un castello di propaganda che funziona da barriera: chi osa dire che il metodo contiene elementi antiscientifici, arcaici o spiritualistici viene trattato per lo meno come un nemico dell'infanzia. Lo stesso consenso istituzionale che è ben lungi dal confessare alla folla che il Metodo Montessori è stato - come dicevamo nell'incipit - fortemente criticato da vari intellettuali e pedgogisti, come John Dewey, Sergej Osipovič Hessen, Ernesto Codignola, Aldo Agazzi, Gino Corallo, Sabine Seichter, ecc. (Agazzi e Corallo sono pedagogisti di stampo cattolico).

Non è censura nel senso giuridico del termine quello del sistema nei confronti dei veri obiettivi della Montessori (ma erano davvero i suoi?). E' qualcosa di più sottile e più efficace: il silenzio convenzionale su ciò che vuole davvero raggiungere quel metodo. I manuali di pedagogia trattano il metodo come un 'classico' da citare, non come un'ipotesi da dimostrare; i media lo propongono come una straordinaria alternativa alla scuola tradizionale; le scuole paritarie lo usano come marchio di qualità. Il risultato è che un metodo nato nel 1907, con i suoi limiti epistemologici e la sua impostazione positivista e spiritualista, viene insegnato e praticato come se fosse verità rivelata e scienza obiettiva indiscutibile. 

Il metodo che la Montessori descrive non è scientifico nel senso in cui la scienza si intende oggi: non c'è ipotesi falsificabile, non c'è gruppo di controllo, non c'è replicabilità. C'è un'osservazione selettiva, un'interpretazione spiritualistica dello sviluppo infantile, e una pretesa di certezza che Gino Corallo (pedagogista salesiano) definì con precisione: 
«La Montessori muove dallo scientismo e non dalla scienza. Il primo è degenerazione della seconda, perché ha la pretesa di conoscere già tutto immediatamente, mentre la seconda è sempre aperta e problematica, si fonda proprio sulla possibilità dell'errore.» 
Il punto più grave, uno tra i più taciuti, è questo: il pensiero montessoriano, man mano che avanza, scivola in un registro mistico. La 'mente assorbente', l''embrione spirituale', l''educazione cosmica', l''incontro d'anime' tra adulto e bambino, sono concetti che non hanno alcun fondamento empirico e che appartengono al romanticismo pedagogico di fine Ottocento, a quella spiritualità laica che permeava un certo deprecabile intellettualismo italiano del tempo. E' quella che la storiografia critica ha chiamato 'involuzione spiritualistica': il passaggio da una pretesa di scientificità a una dimensione mistica e persino esoterica. 

Perché nessuno lo dice? Perché ammetterlo significherebbe smontare un intero ecosistema economico e istituzionale: le scuole paritarie a retta mensile o annuale, le formazioni per 'guide' a pagamento, i materiali didattici certificati, il brand 'Montessori' che rende molto ancora oggi. Il consenso è mantenuto da un'industria che ha interesse a che il metodo resti intoccabile. E in questa economia dell'indiscutibile, la critica non è vietata: è semplicemente non pubblicata, non citata, non presa in considerazione. Finché il Metodo Montessori sarà trattato come un idolo, la pedagogia italiana resterà prigioniera di un residuo arcaico travestito da innovazione, ammesso e non concesso, poi, che i bambini abbiano davvero bisogno di pedagogie (noi diciamo di no, a ragion veduta, come sempre). Oggi i bambini montessoriani pagano il conto di un'educazione che si fonda su convinzioni del 1907, non su evidenze del 2026. Lo stesso può dirsi di tutte quelle scuole che si fanno passare per 'alternative' e persino 'libertarie', ma che sono rimaste a una vecchia idea di scuola 'da riformare' e che - ignorando tutte le evoluzioni pedagogiche successive che conducono alla consapevolezza della necessità della descolarizzazione totale - fa sempre il gioco del sistema. 

Basterebbero alcuni passaggi tratti senza mediazione alcuna dal Metodo Montessori per capire che siamo di fronte a un progetto pseudoscientifico e eugenetico, fondato anche sul mito della razza, utile solo al sistema militare-industriale, e che mostra in che modo - e soprattutto per quale scopo - il bambino sia stato pensato dalla Montessori, e come, secondo lei, bisognasse intervenire su di lui per averlo magnificamente manipolato, conformato, pronto a diventare un suddito produttore selezionato, perfettamente costruito e ubbidiente, al servizio del potere politico ed economico. 

Nel 1951 la Montessori propone la creazione di un 'Ministero per il miglioramento della razza umana', un organo politico che controlli e pianifichi la riproduzione, cioè la discendenza di una nazione. La professoressa e pedagogista Sabine Seichter lo traduce in 'Ministero della Razza' (Cfr. L'ombra lunga di Maria Montessori: Il sogno del bambino perfetto , Beltz, Weinheim/Basilea 2024). Questo è il punto in cui la struttura eugenetica diventa esplicita: il metodo è uno strumento di biopolitica, un modo per lo Stato di intervenire sulla riproduzione e sulla selezione della popolazione attraverso l'educazione. 

In 'Antropologia pedagogica' (1910; traduzione inglese Pedagogical Anthropology, 1913), il suo vero capolavoro, quello che la storiografia ha a lungo ignorato, Maria Montessori non parla di bambino in senso pedagogico. Parla proprio di razza. Il bambino è un organismo in formazione che deve essere guidato verso una forma: una forma che è, nei termini della Montessori, razziale, una forma tesa a un'idea ariana di bellezza fisica. Citiamo:


«L'educazione popolare significa il miglioramento della razza.»  
«L'insegnante deve assumere il nuovo compito di riparare ciò che è sbagliato nel bambino, con l'aiuto del medico, e di proteggere il bambino normale dai pericoli di indebolimento e deformazione che costantemente lo minacciano, gettando così le fondamenta per una magnifica razza umana, libera di raggiungere lo sviluppo a lei predestinato.» 

La 'magnifica razza umana', che la Montessori identificava in quella bianca e occidentale, sarebbe anche predestinata a governare il mondo, secondo lei. La tanto lodata pedagogista non sta parlando di pedagogia. Sta parlando di selezione. E ancora:

«Il bambino deve acquisire, nel corso della sua crescita, non solo le dimensioni dell'adulto, ma l'armonia delle sue forme; cioè deve raggiungere non solo certi limiti determinati di dimensione, ma anche un certo tipo di bellezza.» 
Bellezza. Non sviluppo cognitivo. Non autonomia. Non creatività. Bellezza, intesa come conformità a un canone estetico-razziale. E quel canone è esplicito: 
«Indubbio, i popoli più civilizzati sono più belli dei barbari.» 
«Tutti gli errori e le malformazioni para-centrali sono un peso fisico che ritarda il perfezionamento dell'uomo.» 
La struttura logica è quella dell'eugenista: norma → misurazione → classificazione → correzione. Il bambino non è un soggetto, ma è un prodotto da portare a termine. E l'insegnante non sostiene e protegge, non libera affatto, ma manipola, addestra, ripara e corregge. Nulla di rivoluzionario, dunque, semmai tutto di tradizionale e molto pericoloso. Tutte le scuole, montessoriane e non, perseguono occultamente lo stesso obiettivo, purtroppo riuscendoci, come vediamo. E diciamolo forte: se la Scuola cambiasse davvero le cose, sarebbe illegale. 


Ma allora, vi starete chiedendo, tutti quegli aspetti educativi lusinghieri, tutte le belle parole che si spendono quando si parla del Metodo Montessori, tutte le celebrazioni e gli elogi che questa donna riceve dal sistema capitalista che le ha anche dedicato un ritratto sulle banconote da 1000 Lire a suggello di una fortissima appartenenza al sistema, allo Stato nazionale borghese... che senso hanno? Hanno il senso del luogo comune, che purtroppo, anche in questo caso, vince sulla realtà. Si chiama dissonanza strutturale, quella tra il brand e il prodotto.  

I luoghi comuni esaltanti sono il risultato di una semplificazione narrativa, il paradosso del metodo appiattito sulla metà più attraente (il mito della libertà). In altre parole, i luoghi comuni non sono nati perché la gente 'non capisce' il Metodo Montessori, ma perché il metodo, fin dall'inizio, è stato venduto come un'idea più bella di quello che realmente è. E i primi a rilevarne le criticità e le incongruenze sono proprio gli educatori e le educatrici che lo hanno sperimentato in prima persona. La Montessori aveva creato il suo brand, un vero e proprio progetto commerciale fondato sul mito del 'BAMBINO LIBERO', un marchio che ha saputo vendere in tutto il mondo, col sostegno di un vero brevetto, fruttandole molti soldi. La Montessori orientò strategicamente il metodo verso i finanziatori agiati anche per garantirsi la sopravvivenza economica. Era sempre alla ricerca di polli da spennare. E li trovava. Una bravissima manager di se stessa, altro che pedagogia!

I genitori erano abbagliati dal marchio più che dai risultati effettivi del metodo, e facevano di tutto per iscrivere i figli in quelle aule supercontrollate, superorganizzate, dove le pareti dovevano essere di color chiaro - diceva la Montessori - affinché i bambini imparassero a non macchiarle. Il tutto perché i pargoli fossero oggetto di vanto da parte dei genitori: nei salotti buoni venivano esposti come cagnolini in vetrina, ubbidienti e scodinzolanti. Insomma: le famiglie agiate pagavano caro per dire «mio figlio va alla Montessori», e l'idea di "bambino libero" era esattamente il messaggio che giustificava quel prezzo e quel prestigio. Ma era solo marketing. Anche oggi ciò che viene venduto è solo un marchio.

E direte ancora, giustamente: «il concetto di libertà, con il Metodo Montessori, è dunque un miraggio?» Com'è possibile considerare libero un bambino sapendo che è fatto oggetto di un progetto eugenetico formativo altrui che lo vuole in un modo prestabilito? Ma spieghiamo bene, perché questo è un punto cruciale su cui è molto facile cadere. Se consideriamo la libertà come la capacità di applicare un pensiero critico in grado di mettere in discussione l'esistente, allora il Metodo Montessori la reprime scientemente. Ed è proprio così. Il metodo Montessori, infatti, vuole un bambino che sa agire sì liberamente, dentro una struttura data, con elementi dati, ma non lo vuole assolutamente in grado di mettere in discussione quella struttura e quegli elementi. Il metodo montessoriano non chiede mai al bambino perché l'ambiente scolastico è così e non altrimenti. Non chiede chi è stato a decidere cosa c'è - o cosa non c'è - sullo scaffale. Non chiede perché il ciclo dura tre ore e non quattro. Chiede solo: scegli, concentrati, autoregolati. E' libertà relativa dentro una struttura data, non contro di essa. E questa non è libertà, men che meno pensiero critico, è adattamento felice a un recinto! 

Questo limite, questo agire liberamente e autonomamente dentro un confine dato, calato dall'alto, ed esserne alla fine anche fieri, è il sogno del capitano d'industria e dello schiavista che si realizza. E non dimentichiamoci che il Metodo Montessori si sviluppa proprio nel momento storico in cui l'industrializzazione e il capitalismo avevano bisogno di mano d'opera ubbidiente e docile, persino felice e fiera di farsi sfruttare in fabbrica. Tutto il mondo del Capitale - governi, banche, finanza, industria, classi privilegiate varie - esultò: finalmente sudditi produttori in grado di percepire la loro schiavitù come libertà e che, dunque, non si ribelleranno e ringrazieranno! 

Vale la pena raccontare anche questo: 
La disciplina che non si vede è la più perfetta.

Nel 1907, a San Lorenzo, Roma, i conti Franchetti osservano bambini che lavorano in silenzio, in ordine, con concentrazione, in una scuola montessoriana. La borghesia romana - alla quale la Montessori ha sempre guardato come un target preciso -  è sbigottita. Non per la libertà di quei bambini, ma per il prodotto: bambini che si autoregolano, che rispettano l'ambiente, che non disturbano, che sono indipendenti... sembra davvero una libertà, ma non lo è, e la borghesia lo sapeva bene. In effetti, come dicevamo, quei bambini, così autonomi nel fare ciò che era stato per loro predisposto, rappresentavano una vera ricchezza per tutto l'assetto sociale fondato sullo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Perché? 

Lo ribadiamo: quei bambini, addestrati in quel modo, sono i lavoratori perfetti! Adattissimi alla catena di montaggio! Docili, ubbidienti, autonomi nel compiere i doveri imposti, negli orari stabiliti, non si pongono domande sulla struttura e sugli strumenti, non hanno alcuna intenzione di contestare quella realtà data, la vivono serenamente. Questo sistema ha bisogno di masse che si autodisciplinino nel lavoro e rispettino gli orari, l’ambiente e la sequenza delle attività. Nessuno deve mettere in discussione la fabbrica, il governo, lo Stato, la scuola. Il sistema statale ha bisogno di lavoratori 'liberi' nel senso che non necessitano di un caporale: lo hanno già interiorizzato! Non è un caso che il metodo sia stato adottato dalle élite, dalle scuole private e dai Paesi più industrializzati.

Forse ora è più chiaro perché il sistema riservi a Maria Montessori candidature al Nobel, banconote, film e narrazioni celebrative, mentre invece a chi riconosceva nei bambini persone capaci di pensare criticamente, fino a mettere in discussione l’assetto sociale - parliamo di Francisco Ferrer y Guàrdia - sia toccata la fucilazione e, dopo il clamore internazionale suscitato dalla sua morte, la chiusura delle sue scuole e una crudele damnatio memoriae. Una tragica vicenda, quella di Francisco Ferrer y Guàrdia, che smentisce anche un altro luogo comune, quello secondo cui la democrazia, in uno Stato presentato come il migliore dei mondi possibili, sia necessariamente il sistema migliore. Tutte fandonie!

Il bambino di Ferrer si chiede il perché delle cose: è davvero libero, quindi pericoloso. Quello montessoriano, invece, obbedisce felice nel gregge e risponde alle esigenze del sistema. La differenza è totale.

Ora sapete.


Pillole:
1) Montessori si iscrisse al Partito Nazionale Fascista nel 1924, Mussolini fu presidente onorario dell'Opera Nazionale Montessori, e nei suoi testi ufficiali (1924-1931) usava un lessico biologista e razziale: 'la buona razza italiana', 'igiene psichica', 'grandi energie spirituali'... La rottura avvenne nel 1934, quando il fascismo volle controllare le scuole e lei si rifiutò, non per via dell'ideologia fascista, ma perché non voleva perderne il controllo, che lei voleva totalmente suo, esclusivo. Furio Pesci (Rivista di Storia dell'Educazione, 2021) e Rita Kramer (Maria Montessori, 1988) documentano l'intera fase.

2) I critici più seri - Dmitrij Hessen (1934), Codignola, Heinz-Elmar Tenorth (Humboldt di Berlino, 2024) - convergono su un punto: il metodo è strutturalmente autoritario. Il bambino è libero dentro un ambiente che non ha scelto, con materiali che hanno un solo uso corretto, in sequenze predeterminate, per cicli di durata fissa. Non può chiedere perché le cose sono così. 

3) Montessori vietò esplicitamente il gioco simbolico/immaginativo come attività adeguata all'infanzia, sostituendolo con il 'lavoro' sui materiali preparati  (definiva la fantasia dei bambini addirittura un'aberrazione, una disgrazia da correggere). L'American Academy of Pediatrics (2012) e diversi specialisti di settore hanno segnalato che questa sottovalutazione del gioco non strutturato può influire negativamente sullo sviluppo cognitivo e sull'empatia. Non stentiamo a crederlo.

4) Nonostante la definizione di 'metodo scientifico', Montessori non utilizzò mai la metodologia sperimentale (statistica, gruppi di controllo, replicabilità).  La sua 'scienza' era osservazione aneddotica e deduzione. Critici come Giovanni Desio e l'Accademia delle Scienze di Mosca (in un testo per scuole sovietiche, anni '60) lo sottolinearono: i risultati furono assolutizzati e senza verifica.

5) Non esiste un curriculum Montessori universale. In teoria, qualsiasi scuola può definirsi 'Montessori' senza accreditamento. Questo rende il metodo inapplicabile in modo uniforme e lo configura in ciò che effettivamente è: un marchio, più che un metodo.