Una citazione al giorno

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lunedì 17 marzo 2014

La pedagogia libertaria in una scuola statale?

E' davvero un controsenso storico, oltre che ideologico, pensare che una scuola di Stato possa adottare la pedagogia libertaria? Se contiamo sul fatto che ogni tipo di controsenso è relativo soltanto a chi glielo dà, allora è opportuno chiedersi se un 'corpo docente', nella sua integrità e unità, non sia in grado di far cambiare il senso pedagogico scolastico, trasformando una scuola statale in una scuola libertaria. E' come chiedersi se lo status quo, questo tipo di società gerarchica e violenta, non sia suscettibile di un vero cambiamento radicale dietro una solida volontà di popolo (volontà 'ostinata e contraria'), o se invece questa 'società civile' è sempre stata così, ineluttabilmente gerarchica e violenta, come molti ancora credono.
A San Paolo del Brasile, il corpo docente, dietro la spinta di una intelligente direttrice, Ana Elisa Siqueira, è riuscito a trasformare una scuola statale in una scuola a indirizzo libertario. Ci sono voluti sette anni di opera di convincimento sulle autorità, ma alla fine la nave è partita. Si tratta della EMEF Desembargador Amorim Lima, che è ubicata in un quartiere popolare di San Paolo. Dal 2004 tutte le attività si svolgono in modo libertario, in autogestione, in auto-organizzazione, mattina e sera, domenica compresa (di sera ci sono i corsi di alfabetizzazione per gli adulti). Se l'intento iniziale fu quello di far fronte alla dispersione scolastica, poi divenne chiaro il fatto che è proprio la scuola tradizionale, con le sue coercizioni e la sua noia, che spinge i ragazzi ad abbandonarla.
C'è un detto di Helder Pessoa Câmara che recita più o meno così: 'quando è una sola persona a sognare, si tratta di un sogno, ma se tante persone sognano insieme, allora è l'inizio di una realtà'. In quella scuola, tutto è partito dal sogno di una persona, poi è stato condiviso dagli altri, e così quel sogno è stato realizzato. I docenti-sognatori non volevano affatto modificare l'esistente, né riformarlo, né arricchirlo, né aggiustarlo, bensì annullarlo totalmente per costruire qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa d'altro.
La EMEF Desembargador Amorim Lima svolge le sue attività non soltanto all'interno dell'edificio, e non soltanto con e per gli studenti, essa è aperta all'ambiente e a tutto il quartiere, e con il quartiere la scuola vive un rapporto simbiotico, naturale, di interscambio continuo di esperienze, dove il disoccupato può essere interpellato come l'architetto o la pescivendola, e dove il valore dell'apprendimento è dato dall'incidentalità dei fatti che accadono e dall'umanità delle relazioni. Educare è un rapporto continuo e alla pari. Alcuni nativi Guaranì, insieme ai bambini, hanno costruito una capanna che oggi fa parte della scuola. Tutti i settori e gli angoli dell'edificio sono luoghi adatti per l'autoeducazione, dal cortile alla cucina, dalla capanna alla biblioteca, dalla mensa al teatro, ma anche le strade e i giardini fuori.
I docenti hanno adottato gli stessi criteri pedagogici stilati al Congresso di Berlino (1985), di conseguenza sono i bambini a decidere quando imparare, dove imparare, con chi. Non esistono voti, poiché il rapporto è tra esseri umani, quindi non c'è nessuna competizione, nessuna gerarchia, nessuno che valuta qualcun altro dal suo alto scranno, nessun rapporto tra una scala numerica e l'individuo, nessuna ansia da prestazione, nessun pretesto per sgomitare, o per fare i bulli, o per mentire... Tutto viene di conseguenza, e la conseguenza di tutto è la solidarietà, la responsabilità, l'umanità e l'armonia.
Gli adulti si chiamano tutor o educadores, e si occupano di osservare. Sembra poco osservare, e di certo, in una scuola tradizionale, di fronte a un dirigente scolastico, un docente avrebbe qualche difficoltà a motivare sul piano pedagogico la sola osservazione degli alunni (non è previsto dai programmi), ed è una rarità inestimabile trovare soprattutto un dirigente che capisca e approvi. In verità l'osservazione è uno dei motori dell'educazione intesa nel suo vero senso, è il fondamento della comprensione e della relazione. Osservare non solo attraverso gli occhi, ma con tutto il potenziale percettivo dell'essere umano. Come in tutte le scuole libertarie, anche qui non può esistere la tradizionale lezione frontale, vi è invece un dialogo continuo, libero e spontaneo, che rafforza l'empatia, la fiducia in se stessi, il pensiero critico.
Riguardo alla valutazione, questa è distante anni luce da quella tradizionale autoritaria. Poiché anche questa scuola brasiliana municipale è vincolata dallo Stato ed è costretta burocraticamente a fornire dei giudizi, questi sono ridotti all'osso (pienamente soddisfacente, soddisfacente, non soddisfacente), e servono soltanto come riferimento per le altre scuole, qualora i bambini volessero trasferirsi. Posto un obiettivo condiviso, anche la valutazione è collettiva, e parte sempre dall'autovalutazione individuale, che poi diventa dibattito. Anche i genitori sono coinvolti nel dibattito. Gli adulti che collaborano a vario titolo sono tanti, 47 sono educatori, poi ci sono pensionati, genitori, ex genitori, vicini di quartiere...
Riguardo alle materie di studio, queste possono essere moltissime, a seconda delle curiosità che emergono, e si aggiungono alle classiche. Si predilige l'attività artistica. Si tratta di imparare il mondo e se stessi, nella propria pienezza, con senso critico, con la responsabilità che emerge dalla libertà, con le regole decise da tutti. Insomma, nulla a che vedere con le aule-celle statali, dove la vita e le persone vengono annichilite giorno dopo giorno, per anni e anni, finché i ragazzi non avranno imparato a delegare tutto e a pretendere che vi siano capi dappertutto, per ogni questione.

(Gli animali che vedete nella foto sono scolpiti dai bambini Guaranì, sono in legno di balsa e le macchie sono realizzate con una punta arroventata (personalmente ho un grazioso leopardo), e anche questa tecnica viene insegnata in questa scuola a chi ha voglia di apprenderla).

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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